Dal primo luglio il calcio femminile in Italia è diventato uno sport professionistico, ma è stato arduo individuare i cambiamenti effettivi che questo salto ha comportato. La differenza sostanziale tra professionista e non, sta nel fatto che per la prima categoria il calcio è un mestiere, per la seconda è soltanto uno sport da praticare al di fuori dell’orario lavorativo.

In Italia siamo rimasti troppo ancorati all’idea del calciatore professionista uomo, senza considerare il fatto che lo sport non conosce genere e che la calciatrice è a tutti gli effetti un mestiere, lo è sempre stato. Probabilmente questa visione conservatrice non ci ha permesso di esprimere il nostro potenziale al meglio come Nazionale. Negli ultimi Europei infatti, l’Italia è stata sorpassata da Francia, Belgio, Islanda, tutte Nazioni che riconoscono il calcio femminile professionistico, non soltanto a parole.

Che vuol dire essere una calciatrice professionista

Con il raggiungimento del livello professionistico del calcio femminile è diminuito il gap che ci separa dagli altri principali Campionati. In Nord Europa, in Francia, Germania, Stati Uniti, già da tempo la transizione al professionismo ha portato a equiparare calcio maschile e femminile su tutti i piani. A iniziare dal salario percepito che rappresenta sicuramente l’ago della bilancia per stabilire se veramente il professionismo femminile è tutelato quanto il corrispettivo maschile. Negli USA a fine anno la Federcalcio ha siglato un accordo con l’Associazione che tutela calciatori e calciatrici per garantire la parità retributiva. Una giornata storica.

Ma non è solo una questione di soldi, il professionismo, si basa sulla tutela del lavoratore in genere. Una calciatrice professionista per contratto avrà diritto a contributi previdenziali. Sarà tutelata sotto l’aspetto sanitario e infortunistico. Il professionismo garantirà alle atlete di avere punti di invalidità e relative pensioni. Inoltre alle donne spetteranno contributi, diritti e tutele speciali in caso di maternità. Il calcio diventa un lavoro a tutti gli effetti. Siamo in ritardo rispetto al resto d’Europa, ma ci siamo. “Abbiamo ottenuto un diritto che avremmo dovuto già avere, un segnale per tutti” ha affermato Sara Gama, capitana della Nazionale.

La differenza salariale tra uomini e donne ostacola il passaggio al professionismo del calcio femminile

Un movimento sportivo per crescere ha bisogno di dare alle atlete la possibilità di concentrarsi esclusivamente sullo sport. Oggi purtroppo molte sportive non hanno questa fortuna. Spesso si ritrovano a dover scegliere se partecipare all’Europeo o tenersi strette il lavoro. Dal primo luglio il calcio femminile è riconosciuto come sport professionistico e ci si avvicina anche ad una parità retributiva, o almeno così vogliono farci credere. In Italia, secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Betway, una calciatrice di Serie A è arrivata a percepire uno stipendio pari a quello di un calciatore di Serie C. La cifra è di massimo 40 mila euro lordi all’anno. Una buona notizia considerando che fino a un mese fa le donne guadagnavano la metà.

Analizziamo la stessa informazione da un altro punto di vista. Negli Stati Uniti, dove c’è parità salariale nel calcio, la calciatrice professionista più pagata guadagna circa 500 mila euro lordi all’anno: dieci volte di più rispetto allo stipendio italiano. Un calciatore professionista maschile qui in Italia guadagna in media tanto quanto l’atleta statunitense. E le donne? Ancora hanno timore a dichiarare di fare le calciatrici di mestiere. Insomma ci sarà da lavorare, dobbiamo tenerci pronti al cambiamento inevitabile e quanto mai necessario.

Si apre la riflessione sul calcio italiano, non solo femminile

Oggi si apre un’importante riflessione e discussione riguardo il calcio in Italia e tutti gli sport che stanno passando al professionismo in campo femminile. Il gender pay gap è predominante nella società di oggi. Non riuscendo a risanarlo negli ambiti lavorativi più comuni, cosa ci fa pensare che nello sport il salto sia imminente?

Quello che il calcio può dare, in quanto sport nazionale e più praticato in Italia, è proprio il buon esempio: questo consentirà alle sportive di rivendicare il calcio come professione. Equiparare gli stipendi tra uomini e donne nello sport, inoltre, darà un ritorno economico tutt’altro che indifferente allo Stato. Bisogna ripartire dagli investimenti, dalla fiducia, dal credere di portare avanti atlete di un certo calibro come professioniste. Portarle sul tetto d’Europa e ancora più su per poter contribuire a creare il sistema calcistico più efficiente che si sia mai visto, dove una calciatrice lavora e guadagna quanto un calciatore.

Purtroppo il 2022 è stato un anno buio per il calcio italiano, dopo la sorpresa europea in campo maschile, la seconda mancata qualificazione ai Mondiali ha scosso la Federazione. Allora si torna a parlare di quanto l’Italia come Stato, Istituzione, gruppo di Federazioni sia in grado di investire nell’attività sportiva. Argomento all’ordine del giorno in casa CONI da anni ormai. Diventa curioso l’impegno della Figc nel dare spazio e opportunità di crescita al calcio femminile, quando fuori già lo sport di per sé non trova spazio in una società poco attenta a far fruttare il settore. Un passo alla volta dunque, sperando che la strada sia quella giusta.

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Flavia Santilli

Flavia Santilli

Studio presso l'Università degli Studi de L'Aquila. Ho collaborato con diverse testate. Sportiva agonista e istruttrice di nuoto. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista. E tu cosa stai aspettando?

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