La solitudine può diventare un viaggio alla scoperta di sé. Sentirsi soli, spesso, significa essere pervasi da un senso di vuoto, come se dentro di sé si fossero spente tutte le luci. Un rapporto del Censis, “La tentazione di tralasciare”, racconta un’Italia afflitta dalla solitudine. Non si parla di isolamento fisico, ma di un senso di desolazione interiore presente anche, e soprattutto, in compagnia degli altri. Che si tratti della famiglia o della cerchia di amici, il 60% degli intervistati dichiara di non sentirsi appartenente ad alcun nucleo comunitario.
Tuttavia, secondo Giorgio Nardone, psicoanalista e autore del libro La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli, il vuoto della solitudine può trasformarsi in uno spazio positivo di crescita nel quale divenire persone più creative, empatiche e capaci di tessere rapporti autentici con gli altri.
Quando stare con gli altri aumenta l’isolamento
La solitudine fa paura, ancor più a fronte di una cultura che esalta l’iper-socialità e identifica lo stare soli con il fallimento personale o con la patologia. Tuttavia “la socialità estrema rappresenta una fuga dal senso di solitudine ma, anziché ridurne la sensazione, la fa aumentare – nota Nardone – costringendo a esasperare ulteriormente la ricerca di contatti e conferme, alimentando ancor più l’intima solitudine del soggetto”. Ciò accade in ragione della natura stessa della solitudine, fenomeno radicato nell’interiorità della persona e dunque estraneo alla realtà materiale.
A dimostrazione di ciò, spiega il terapeuta, se essere oggettivamente soli, come vivere per conto proprio, non è psicologicamente dannoso, sentirsi soli in mezzo agli altri, “lontani”, non compresi, non accolti, può generare frustrazione, tristezza e depressione, oltre che essere sintomo dell’assenza di relazioni significative.
I benefici dello stare soli: più rilassati e creativi
Nardone sottolinea la natura dicotomica della solitudine. Una solitudine eccessivamente protratta nel tempo e mal vissuta può generare stati ansiosi e depressivi, peggiorando la salute mentale del soggetto. D’altra parte, come riporta una ricerca realizzata dall’Università di Rochester e pubblicata su Personality and Social Psychology Bulletin, trascorrere almeno 15 minuti al giorno in totale solitudine, meditando, guardando il soffitto o leggendo un libro, diminuisce stress e nervosismo.
Nello studio “Solitude: An Exploration of Benefits of Being Alone”, gli psicologi Christopher Long e James Averill affermano che passare del tempo con se stessi comporta un aumento della materia grigia, migliorando le capacità mnemoniche e di elaborazione delle informazioni, oltre che agevolare i cosiddetti “momenti Eureka”, ovvero ispirazioni istantanee da cui trarre idee nuove e creative.
Stare con sé stessi per relazionarsi con gli altri
Secondo Nardone, per vivere in equilibrio occorre alternare momenti di socialità a momenti solitari. Stare in propria compagnia e lontani dal contesto sociale permette di conoscere i propri reali pensieri ed emozioni. In questo modo, la persona può scoprire la propria identità e conquistare un’autentica autonomia.
Tuttavia, l’aspetto più significativo della solitudine risiede nella sua essenza relazionale, avverte Nardone: “Anche nell’isolamento – sottolinea lo psicoanalista – il soggetto non è mai assolutamente solo, ma in relazione costante, oltre che con sé stesso, con il mondo e con gli altri dentro di sé”.
Conoscersi, empatizzare con i propri stati interiori si traduce, quindi, nella maggiore capacità di comprendere e conoscere le altre persone. “Chi coltiva se stesso sa stare molto meglio con gli altri – afferma Nardone – Seneca scrive che il saggio basta a se stesso – continua – e grazie a ciò è in grado di rinunciare a tutto quello che non vale la pena di essere vissuto. Questo gli permette di attorniarsi delle persone a lui più affini e con le quali sviluppare intense quanto costruttive relazioni”.

