Il drone batte l’ambulanza. Da circa un anno sono in corso i test per una nuova procedura ideata dalla Società Italiana Sistema 118 (Sis118) in collaborazione con Caltec, azienda aerospaziale nel settore da 40 anni, che permetterà, in caso di arresto cardiaco improvviso, un soccorso d’emergenza più rapido rispetto ai sistemi oggi in uso. È infatti allo studio la possibilità che sia un drone a portare il defibrillatore sul posto, invece che la tradizionale ambulanza. L’ultimo test, il quarto effettuato quest’anno in differenti contesti, si è svolto nei giorni scorsi in una masseria di Palagianello, vicino Taranto.
Quello dell’intervento d’urgenza è un ambito dove anche i millesimi di secondo sono fondamentali e un vantaggio di oltre 2 minuti rispetto ai metodi tradizionali fa un’enorme differenza: nel caso dell’arresto cardiaco, ogni istante risparmiato rappresenta delle possibilità in più che la persona abbia salva la vita e minori conseguenze, soprattutto per il cervello, a seguito del malore.
Come funziona la procedura
In riferimento all’ultimo test effettuato, il dottor Mario Balzanelli, presidente nazionale Sis118, spiega: “Percorrendo una distanza similare di 4 km circa dalla sede dell’evento, il drone è arrivato dopo 1 minuto e 31 secondi, mentre l’ambulanza ci ha impiegato 4 minuti e 37 secondi. Calcolando all’incirca 1 minuto affinché il primo soccorritore occasionale prenda il defibrillatore, colleghi gli elettrodi al torace del paziente ed eroghi la scarica elettrica, grazie al trasporto iperveloce del defibrillatore tramite drone, la scarica elettrica sul torace del paziente è stata erogata circa 2 minuti prima dell’arrivo dell’ambulanza”.
Secondo dati del Ministero della Salute, le possibilità di sopravvivenza dopo un arresto cardiaco sono del 2%. Percentuale che sale al 50% se si interviene nei primi 5 minuti. L’intervento entro questo lasso di tempo, inoltre, potrebbe prevenire diversi danni neurologici dovuti al mancato apporto di ossigeno al cervello e conseguenti disturbi anche permanenti, come perdita della capacità di linguaggio e paralisi parziale o totale di alcune parti del corpo.
Gli esempi nel mondo e i limiti
Quella del drone salvavita è quindi una prospettiva che presto diventerà realtà anche in Italia. Diciamo “anche” perché il nostro Paese non è il primo ad aver intuito le possibilità che offre la nuova tecnologia. Già nel 2020 la Svezia, ed in seguito la maggior parte dei Paesi europei, ha cominciato a fare test analoghi a quelli del progetto italiano e nel 2022 alcuni ricercatori hanno pubblicato sulla rivista scientifica Resuscitation un ampio studio che di questa tecnica evidenzia sia gli aspetti positivi, sia i limiti e le difficoltà ancora da superare.
Uno di questi è certamente il grande lavoro di coordinamento che una centrale operativa deve svolgere utilizzando un drone. Ad esempio la realizzazione di un protocollo per cui, nel giro di pochissimi secondi, si riesca a valutare la situazione, se effettivamente si tratti di arresto cardiaco o meno, si deliberi la partenza dei droni e comunichi alle autorità competenti il piano di volo necessario per sorvolare un ambiente urbano. C’è da aggiungere la stessa formazione del personale che effettivamente dovrà pilotare l’apparecchio.
Arresto cardiaco e comunità: le città cardioprotette
Secondo una statistica della Croce Rossa Italiana il 77% degli episodi di arresto cardiaco improvviso non avvengono in totale isolamento, il che rende altamente probabile che la prima chiamata di soccorso venga effettuata in tempi rapidissimi. Qualora il drone con il defibrillatore dovesse arrivare in tempi altrettanto rapidi, chi sarebbe in grado di utilizzarlo?
Un esempio di defibrillatore pubblico
In alcuni casi l’opzione del drone salvavita potrebbe non essere la scelta più funzionale o più rapida. A questo proposito è utile sapere che già da alcuni anni moltissimi comuni italiani hanno cominciato a dislocare nei propri quartieri defibrillatori pubblici pronti all’uso. La tecnologia moderna ha infatti permesso di realizzare dispositivi che sono in grado, autonomamente, di rilevare l’entità del problema e dosare la quantità di scarica elettrica necessaria, senza che si corra il rischio di causare ulteriori danni al paziente nell’attesa del personale specializzato.
Tuttavia, le organizzazioni, tra cui la stessa Croce Rossa, non mancano di avvertire quanto una conoscenza base di questo tipo di apparecchiature, nonché degli elementi di primo soccorso, sia utile ed è per questo che, periodicamente, mettono anche a disposizione corsi di formazione gratuiti e non troppo onerosi in termini di tempo e fatica. Un semplice gesto che può fare la differenza.