In una società sempre più iperconnessa, caratterizzata da ritmi frenetici, il sonno viene spesso trascurato, considerato come un semplice riposo invece che un elemento fondamentale per il proprio benessere. Negli ultimi anni, un nuovo termine è iniziato ad emergere nel dibattito della salute. È l’ortosonnia, un concetto che si fonda su una mania di controllo e una tendenza al perfezionismo dove, chi ne soffre, vede l’atto di dormire come una performance da migliorare e da adeguare a certi standard piuttosto che a un bisogno naturale.
Quando il sonno diventa ossessione
Ad oggi, l’ortosonnia non è classificata come un disturbo vero e proprio, in quanto è ancora un fenomeno molto recente che necessita di maggior approfondimenti. Intanto, si può dire che si manifesta come un bisogno eccessivo di monitorare la qualità del proprio sonno attraverso strumenti di rilevazione. Condizione che può portare a stati di ansia e stress, peggiorando al tempo stesso la qualità del riposo.
Coniato nel 2017 in uno studio, pubblicato su Journal Clinic Sleep Medicine, il termine deriva da ortho (dritto o corretto) e somnia (sonno). La scelta di questo termine è dovuta per la somiglianza con una condizione chiamata ortoressia, una preoccupazione malsana per l’alimentazione.
Ortosonnia e i rilevatori del sonno
Negli ultimi anni, l’utilizzo di app e dispostivi per il monitoraggio del sonno è cresciuto notevolmente. Strumenti che, attraverso un’analisi dettagliata, forniscono consigli personalizzati tramite il proprio smartphone, smartwatch o dispositivi sleep trasker dando un voto al riposo notturno. Ma non sempre tali dispositivi risultano efficaci e, spesso, finiscono nel produrre l’effetto opposto provocando ansia e stress per non aver dormito il tempo ritenuto perfetto.
Sebbene uno studio abbia dimostrato che questi dispositivi siano “ragionevolmente accurati” nel rilevare il tempo trascorso a dormire, non si può confermare se, al momento del risveglio, si sia riposati o meno.
Gestire l’ortosonnia: strategie per affrontarla
Per coloro che soffrono di ortosonnia, la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I) può essere considerata un approccio efficace. È un trattamento che si concentra sull’identificazione e la modifica di pensieri e comportamenti che potrebbero causare problemi di sonno e impedirne il miglioramento. Inoltre, è anche importante limitare l’uso dei dispositivi del sonno, perché anche se in alcuni casi possono rivelarsi utili spesso possono dare anche informazioni sbagliate.
Infine, può anche essere utile aver una buona igiene del sonno. Come ha spiegato Katie Fischer, una terapista comportamentale del sonno, al The Guardian, “il sonno perfetto non esiste. Chi dorme bene non ci pensa affatto. Sono stanchi vanno a letto e si addormentano. Si svegliano riposati e non si preoccupano delle brutte notti perchè sanno che a volte capita”.
È importante cercare di trovare un equilibro: monitorare il sonno in modo sano, senza però cadere nell’ossessione, promuovendo un approccio consapevole per favorire un riposo tranquillo. Il sonno dovrebbe essere visto come un processo naturale, invece che come un obiettivo da raggiungere.