Ecco perché il coronavirus oggi non è come la pandemia spagnola

di 18 Aprile 2020Novembre 25th, 2020Coronavirus, Società

L’epidemia del coronavirus oggi non è come l’influenza spagnola del 1918. E questo per molti motivi. Sebbene non sia durata soltanto pochi mesi, come si presume sarà per il coronavirus, si stima che l’influenza spagnola provocò tra i 50 e i 100 milioni di decessi nel mondo su una popolazione mondiale di circa 2 milardi di individui, di cui 500 milioni di persone infettate dal virus. Il coronavirus conta oggi 387.898 decessi in tutto il mondo (fonte: Johns Hopkins Center for System Science and Engineering, dato del 4 giugno alle ore 22:00).

Guarda qui i dati in tempo reale.

Le differenze dal punto di vista sanitario tra quel periodo e il nostro sono enormi, grazie agli innumerevoli progressi realizzati da un secolo a questa parte che tendiamo a dare per scontati. Eccone alcuni.

L’antibiotico, il nostro alleato contro le malattie

Chiariamo subito un equivoco molto comune: gli antibiotici non rendono innocui i virus ma possono bloccare le infezioni batteriche che si sovrappongono alla loro azione. Nel 1918 furono proprio queste infezioni secondarie a determinare pericolose polmoniti che plausibilmente causarono la morte di moltissime persone. Invece, oggi esistono una miriade di antibiotici capaci di debellare diverse patologie. Certo, potremmo obiettare dicendo che i batteri stanno cercando di diventare sempre più immuni agli antibiotici. Ma rappresentano una delle più efficaci cure per contrastare la polmonite batterica, complicanza dell’infezione da coronavirus.

Un potente aiuto contro i virus: gli antivirali

Un altro avanzamento nella sfida contro i virus sono proprio i farmaci antivirali. Colpiscono direttamente il virus che causa la malattia. Purtroppo un antivirale contro il coronavirus, ad oggi, non è stato ancora individuato – eppure, scoprirlo è solo questione di tempo. E, infatti, alcuni medici stanno già sperimentando diverse soluzioni.

In Cina sono stati reclutati alcuni pazienti, a cui è stato somministrato il remdesivir, un antivirale realizzato dal colosso farmaceutico americano Gilead. Negli USA alcuni medici dello Stato di Washington lo hanno dato al primo malato affetto da COVID-19, con un miglioramento dei sintomi già il giorno successivo.

Qualche passo in avanti lo sta compiendo anche la Thailandia – anch’essa vittima del coronavirus – dove è stato somministrato un mix di farmaci contro l’influenza (oseltamivir) e l’HIV (lopinavir e ritonavir) a tutti quei pazienti positivi al COVID-19. In particolare, secondo la D.ssa Kriangska Atipornwanich, pneumologa del Rajavithi (l’ospedale di Bangkok), pur non rappresentando la cura definitiva per il coronavirus, le condizioni di alcuni pazienti sono migliorate dopo 48 ore dalla loro somministrazione. Com’è accaduto anche a una settantenne di Wuhan lì ricoverata.

Un aiuto che promette bene: il farmaco gratuito di Roche Italia

C’è anche un’altra importante novità. L’azienda farmaceutica Roche ha recentemente ceduto in via del tutto gratuita e limitatamente al periodo emergenziale il tocilizumab. Questo farmaco è utilizzato principalmente contro l’artrite reumatoide e la sindrome da rilascio di citochine, una complicanza quest’ultima simile a quella riscontrata nella polmonite da coronavirus. E non si è nemmeno atteso a sperimentarlo: infatti, è stata subito costituita un’equipe formata da medici dei tre ospedali di Napoli, cioè Monaldi, Cotugno e Pascale.

Inoltre, come sostenuto da Paolo Ascierto, Direttore dell’Unità di Immunologia clinica del Pascale, è stato somministrato il farmaco a otto pazienti affetti dal COVID-19. I risultati sono molto incoraggianti: infatti, ci sono stati miglioramenti significativi relativamente alla respirazione polmonare di alcuni pazienti. Perciò, si tratta di un dato molto positivo che fa ben sperare. La sperimentazione sta continuando su altri 50 pazienti in tutto il Paese. Se anche soltanto 25 di loro risponderanno positivamente al farmaco, allora vorrà dire che avremo recuperato altrettanti posti di terapia intensiva.

Per di più, Roche si sta coordinando con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per capire se il farmaco possa essere somministrato a tutti gli ammalati di COVID-19, testandolo così su un considerevole numero di persone.

Altre soluzioni contro il coronavirus

Altri farmaci realizzati per contrastare il coronavirus, grazie alle innovazioni in campo medico, sono gli immuno-modulatori che intervengono sulle complicanze polmonari gravi. Un altro farmaco allo studio è il camostat mesilato che rende inerte la proteina necessaria al virus per introdursi nella cellula bersaglio.

Certo, non abbiamo ancora nulla di ufficialmente valido per contrastare una volta per tutte questa epidemia. Né sappiamo se gli antivirali insieme agli antibiotici potranno debellare il virus. Quel che è certo, però, è che sul piatto della bilancia ora abbiamo una serie di strumenti che soltanto un secolo fa erano pura utopia.

E ora?

Al contrario del 1918, i progressi della sanità hanno permesso di capire la rilevanza dell’accertamento delle infezioni e del bisogno di isolare i pazienti onde evitare contaminazioni virali. Oggi abbiamo anche le unità di terapia intensiva pensate e realizzate appositamente per trattare i pazienti con i sintomi più gravi. Senza dimenticare che, rispetto al passato, sono presenti anche delle speciali macchine per la respirazione meccanica, che portano ossigeno nel sangue ed eliminano nel contempo i gas tossici. Certo, si tratta sempre di un tentativo disperato di salvare la vita alle persone. Ma quest’altro aiuto c’è. E funziona. Magari non proprio con tutti, ma salva la vita a molte persone.

Inoltre, oggi le equipe di medici e infermieri possiedono un livello di specializzazione tale che un secolo fa era inimmaginabile. In passato uno stesso medico avrebbe potuto trattare le fratture e curare un’appendicite. Oggi, questo livello di specializzazione consente di ampliare notevolmente le conoscenze specifiche, di guarire meglio gli ammalati e farli ritornare più rapidamente alla vita di prima.

Cosa possiamo fare noi stessi per contrastare il coronavirus?

Alcune soluzioni sono – letteralmente – nelle nostre mani, lavandole con cura, allontanandoci gli uni dagli altri, coprendoci la bocca con un fazzoletto quando capita di starnutire o tossire. E soprattutto, restare a casa (da cui il nome dell’ultimo decreto legge recentemente pubblicato in Gazzetta Ufficiale).

La chiave di volta della paura del presente e del futuro? Il coraggio!

Ora come allora, c’è un elemento che accomuna la pandemia influenzale del 1918 con quella attuale. Ed è la paura. Che in molti casi oggi, più di allora, viene alimentata dai mass-media, invece più che guardare alle possibili soluzioni.

Per questo motivo, ci è sembrato opportuno concludere con le parole di J. F. Kennedy – al di là della sua o nostra appartenenza politica – nella sua opera Ritratti del coraggio dedicate a tutti i medici, agli infermieri, a tutti gli organi sanitari, a chi soffre e, più in generale, a tutti noi, perché il coraggio ci riguarda tutti, oggi più che mai.

“Il coraggio della vita è spesso uno spettacolo meno drammatico del coraggio d’un trapasso: però, non è meno sicuramente una stupenda combinazione di trionfo e di tragedia. Un uomo fa quel che bisogna ch’egli faccia, nonostante conseguenze personali, nonostante ostacoli, e pericoli e pressioni. E questo è alla base di ogni morale umana. L’essere coraggiosi (…) non richiede nessuna qualità speciale, nessuna formula magica, nessuna speciale combinazione di tempo, luogo e circostanze. È un’occasione che, presto o tardi, si presenta a noi tutti (…) In qualunque arena della vita possiamo incontrare la sfida al coraggio (…) I racconti del coraggio passato possono definire quell’ingrediente, possono insegnare, possono offrire speranza, possono fornire ispirazione. Ma non possono fornire il coraggio stesso. Per questo, ogni uomo, bisogna che frughi nella propria anima”.

Coraggio allora, non siate timidi: lasciate un commento qui sotto e fateci sapere la vostra opinione!

 

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