È possibile ripensare le città per contenere il più possibile il contagio ed evitare nuovi lockdown?

Le città non sono mai state pensate prima d’ora per limitare un’epidemia. Per questo motivo, la soluzione migliore per rimanere in salute durante il lockdown è tuttora quella di evitare gli spostamenti. Il secolo che stiamo vivendo è stato definito un’era di pandemie. Basti pensare alla Sars, all’ebola, all’influenza aviaria, all’influenza suina, e ora al Covid-19.

Per limitare i contagi si è scelto di limitare la circolazione delle persone. Ma è possibile realizzare città sicure dal punto di vista sanitario e a prova di pandemia? Oppure siamo destinati a veder ripetere lo stesso scenario desolato anche in futuro? La BBC ha condotto un’inchiesta, interpellando numerosi esperti, per rispondere a queste domande. Tutto ciò parte da come le città sono diventate luoghi via via più salubri dove vivere.

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Un po’ di storia: come le città hanno evitato la diffusione delle malattie

Nel corso del tempo i centri urbani sono molto cambiati. Sono stati compiuti molti passi avanti per renderli più abitabili, come scrive Sonia Shah, autrice del libro Pandemia e giornalista scientifica. Basti pensare agli inizi della rivoluzione industriale. All’epoca, vivere in città significava morire prima del tempo, poiché le strade non erano pulite. Anzi, erano luoghi in cui era molto facile ammalarsi, come accadde a Londra con il colera nel 1854.

Eppure fu proprio qui che il progresso consentì di risolvere un grave problema di salute pubblica, costruendo la fognatura. Con questa invenzione ci fu una diminuzione del 50% delle malattie polmonari. Pian piano si costruirono appartamenti dotati di ventilazione e di luce per far convivere più persone.

Città più pulite e meno malattie

Le città si sono trasformate da luoghi insalubri a luoghi dove vivere meglio. Ma bisognerà fare ulteriori passi avanti per rendere le città davvero a prova di pandemia e sicure dal punto di vista sanitario. Risolvere questo problema diventerà sempre più importante se si considera che, da qui al 2050, il 68% delle persone vivrà nelle città, secondo quanto sostenuto da Rebecca Katz, co-direttrice del Center for Global Health Science and Security, e da Robert Muggah, direttore del think thank brasiliano Igarapé Institute.

Il problema principale delle città rimane quello della densità della popolazione. Non è un caso che la Lombardia sia stata tra le regioni più colpite dalla diffusione del coronavirus. Questo perché la Regione, con una densità di popolazione pari a 423 abitanti/km², si colloca al primo posto fra quelle più densamente popolate in Italia.

7 soluzioni per una città a prova di pandemia

Gli esperti hanno formulato le loro proposte per rendere le città più sicure dalla diffusione dei contagi. L’elemento comune di queste soluzioni è quello di bloccare la circolazione del virus. Vediamo come.

  1. Uso della bici per gli spostamenti, trasformando le città sul modello di Copenaghen, dove il mezzo di trasporto più utilizzato è la bicicletta. Il beneficio non è solo quello di diminuire l’utilizzo dei mezzi pubblici, ma anche di fare movimento fisico per diminuire l’insorgenza di malattie respiratorie, come dimostrato da numerosi ricerche scientifiche, tra cui quella condotta da David C. Nieman nel 2011, tutt’ora valida, pubblicata sul Sage Journals. In Italia è stato incentivato l’utilizzo del mezzo a due ruote grazie al bonus bici.
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  3. Marciapiedi più ampi per evitare assembramenti. Camminare più distanziati riducendo lo spazio dedicato alle auto è l’idea proposta da Layla McCay, direttore delle relazioni internazionali presso NHS Confederation di Londra. Esempi di questo tipo vi sono in Nuova Zelanda. Qui la Ministra dei Trasporti Julie Anne Genter ha sollecitato le aree metropolitane per ampliare gli spazi per ciclisti e pedoni. Secondo il fondatore della Practice for Architecture and Urbanism, Vishaan Chakrabarti, non si tratta di interventi particolarmente costosi.
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  5. Ospedali temporanei, utilizzando dei container al cui interno installare l’attrezzatura medica. È l’idea di Johan Woltjer della School of Architecture and Cities dell’Università di Westminster. Esempi di questo tipo sono l’ospedale di Whuan che può ospitare fino a mille posti letto e costruito in soli 10 giorni.
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  7. Sensori invisibili per mappare virus e batteri. Città dotate di sensori sotterranei nelle fognature per informare sulla circolazione di batteri e virus consentirebbero di classificare la diffusione delle malattie. L’idea è stata proposta da Davina Jackson, editrice e autrice del libro Data Cities: Come i satelliti stanno trasformando l’architettura e il design. Secondo lei, le città del futuro dovranno controllare grandi flussi di dati. Pertanto, è necessario mapparli. In questo modo sarebbe possibile intervenire con tempestività contro la diffusione di malattie, riducendo le spese sanitarie e contenendo meglio i focolai.
    Sensori invisibili per mappare virus e malattie. La foto ritrae alcuni ricercatori del MIT che stanno adoperando un robot di nome Mario per raccogliere i dati sui virus e sulle malattie nella fognatura

    Sensori invisibili per mappare virus e malattie. La foto ritrae alcuni ricercatori del MIT che stanno adoperando un robot per raccogliere i dati su virus presenti nella fognatura.

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  9. Cibo a km zero. Un altro aspetto da considerare è la modalità di rifornimento di viveri. Per via della globalizzazione troviamo spesso cibi provenienti dall’estero nei supermercati. Questi, a nostra insaputa, potrebbero veicolare anche i virus. Per ovviare a ciò le città devono diventare autosufficienti, secondo la già citata autrice Sonia Shah, che invita a realizzare orti urbani o domestici. Nel nostro Paese esempi di questo tipo ve ne sono tanti, come a Roma nel quartiere Montagnola dell’VIII Municipio.
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  11. Autosufficienza nel raggio di 20 minuti. Si chiama “città da 20 minuti” l’idea che suddivide la città in piccoli quartieri autosufficienti fra loro. Ciò rende superfluo spostarsi dal proprio quartiere riducendo il rischio di diffondere il virus. Il progetto pilota è nato a Portland nel 2012, con il Portland Plan. L’intento è quello di permettere entro il 2030 ai cittadini di Portland di raggiungere i propri luoghi di interesse in poco tempo senza l’auto. Tutto il necessario sarà a portata di bicicletta o raggiungibile a piedi in 20 minuti.
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  13. Modificare gli ambienti interni, intervenendo nei luoghi di lavoro e nei condomini. Per via del risparmio energetico, spesso le finestre sono sigillate favorendo anche la persistenza di virus. Secondo Lidya Kallipoliti, docente presso l’Irwin S. Chanin School of Architecture, per ridurre il rischio del contagio questi luoghi devono essere ventilati grazie agli impianti di condizionamento. Inoltre, la presenza di più ascensori e più scale eviterebbero la creazione di assembramenti (anche in caso di emergenza).

Ma per essere davvero utili, le idee devono essere anche diffuse e realizzate, per evitare una nuova pandemia e salvare vite umane. Non dobbiamo infatti mai dimenticare che…

…le parole che non si trasformano in azioni “portano la peste”

William Blake

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