A Bogotà stanno meglio i quattro fratellini che, grazie al sapere indigeno acquisito dagli avi e senza l’aiuto della tecnologia, sono sopravvissuti nella foresta dopo un’incidente aereo. Ha destato sorpresa la loro straordinaria resilienza, che trae origine dall’educazione che hanno ricevuto. Infatti, nelle comunità amazzoniche i genitori insegnano ai figli, fin dalla tenera età, come districarsi nella giungla con quanto la natura offre.

L’educazione all’autosufficienza impartita presso quei popoli, privi di ausili tecnologici, stride con quanto avviene nelle società più evolute, ove fervono le iniziative per i giovani che dipendono dagli smartphone. Dipendenza confermata da una ricerca presentata a Cagliari, promossa dal Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Durante l’evento, terminato lo scorso 26 maggio e co-organizzato da SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e SINPF (Società Italiana di Neuropsicofarmacologia), i ricercatori hanno ipotizzato interventi per il benessere mentale dei giovani a rischio di perdere il senso della realtà.

Senso che invece i bambini di Bogotà hanno conservato, con i soccorritori che per trovarli hanno perlustrato in 40 giorni oltre 300 chilometri di giungla. Nel dipartimento di Caquetà, ove gli alberi fanno filtrare poca luce, senza grosse differenze tra giorno e notte, il sapere indigeno tramandato di generazione in generazione aiuta a orientarsi nella foresta, senza tecnologia, tra piante, frutti, serpenti velenosi e altri animali, come il giaguaro.

Le conoscenze che hanno salvato i fratellini

Lesly Mucutuy, una tredicenne intraprendente, è stata determinante per la sopravvivenza dei fratellini Solecni e Tien, 9 e 5 anni, nonché di Cristin, 11 mesi. Lei ha accudito anche la mamma, Magdalena, sopravvissuta per 4 giorni dopo l’incidente aereo: era gravemente ferita ma, in vita, aveva educato la figlia a orientarsi nella foresta per procurarsi cibo e acqua.

Infatti i soccorritori hanno rinvenuto tracce del passaggio dei bambini, tra capanne di foglie, residui di frutta, pannolini e altro. Lesly sentiva gli elicotteri e ha lasciato lungo il percorso quei resti per agevolare le ricerche, proprio come insegnano gli avi della comunità degli Huitoto, cui lei appartiene.

Per John Moreno, leader indigeno locale, “i bambini sono stati cresciuti dalla nonna Fatima, esperta nella riserva indigena di Araracuara”. Pertanto, quel sapere indigeno tramandato alla figlia Magdalena, e successivamente alla nipotina, ha facilitato la sopravvivenza dei piccoli nella foresta, privi del supporto della tecnologia.

La tecnologia nelle foreste urbane, senza trasmissione del sapere

Nel convegno di Cagliari gli esperti hanno illustrato i risultati dell’indagine sulla psicofarmacologia clinica in età evolutiva. Su oltre 8.700 studenti tra gli 11 e i 17 anni, il 12% rischia di dipendere dai videogiochi, mentre il 2,5% utilizza compulsivamente i social. Inoltre, l’1,8% dei giovani si chiude in camera e vive solo di computer e smartphone.

La ricerca ha evidenziato l’uso tossico della tecnologia da parte degli adolescenti, che trascorrono circa 6 ore al giorno su internet. Inoltre, ha rimarcato che la dipendenza dallo smartphone assomiglia a quella dall’abuso di stupefacenti, coinvolgendo le stesse aree celebrali e gli stessi neurotrasmettitori.

Alberto Villani, direttore di Pediatria generale e dell’emergenza al Bambino Gesù di Roma, ritiene sia stato determinante nella foresta, senza tecnologia, il sapere indigeno. “Quei bimbi riconoscono quanto occorre per alimentarsi – ha precisato, aggiungendo – Sanno avvantaggiarsi dalle situazioni. In quelle popolazioni c’è il vero insegnamento, che non è soddisfare le esigenze, ma educare a sopravvivere. Invece i nostri ragazzi, troppo protetti dai genitori, vivono abbandonati nelle foreste urbane, senza sapere come cavarsela”.

Per Claudio Mencacci, co-presidente della SINPF e direttore emerito di Neuroscienze al Fatebenefratelli-Sacco di Milano, ansia e depressione affliggono i ragazzi. Ha evidenziato che “la riduzione della socializzazione sta crescendo. Gli adolescenti, pressati dalle performance, sono meno inseriti nel tessuto sociale e più esposti agli stimoli tecnologici, differenti rispetto a quelli con cui interagivano i loro coetanei di vent’anni fa”.

Il mix di sapere per sopravvivere

Massimo Recalcati, psicoanalista e docente all’Università di Verona, punta l’accento sull’educazione. Ritiene che i giovani necessitino di padri-testimoni, che diano senso alle parole attraverso le azioni. Considera l’isolamento una deviazione patologica della solitudine, poiché quest’ultima presuppone il rapporto con l’altro, che nell’isolamento viene soppresso. Ha aggiunto: “Un ragazzo senza cellulare vive una crisi d’angoscia, come il bambino svezzato dal seno”.

Per Alessandro D’Avenia, scrittore, l’eccesso d’informazioni porta l’individuo a rapportarsi costantemente con la tecnologia per gestire la realtà, con cui ha un rapporto mediato. Lesly, invece, è stata educata a un rapporto immediato con la foresta, fondato sul sapere indigeno e non sulla tecnologia. D’Avenia, nel ritenere che i bambini vadano abituati a non dipendere dal digitale, ha proseguito: “Sarebbe interessante bilanciare una scuola basata su conoscenze teoriche con una sapienza pratica del mondo”. Insomma, scuola e famiglia devono parlare lo stesso linguaggio.

Anche per l’Istituto Superiore di Sanità gli interventi che coinvolgono nuclei familiari e ambiente scolastico appaiono quelli più efficaci per supportare gli adolescenti in condizione di dipendenza.

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Paolo Maria Pomponio

Laureato in giurisprudenza, con Master in "Sicurezza, coordinamento interforze e cooperazione internazionale" e in "Comunicazione e media", ho lavorato nel privato e nel pubblico. Appassionato di calcio, che ho praticato, tendo all’ascolto e a un approccio alle cose con una visione d’insieme.

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