A Caivano, a nord di Napoli, c’è Parco Verde, una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, un quartiere ad alta concentrazione di criminalità organizzata. Il luogo è noto per i diversi  fatti di cronaca: dalla morte di Fortuna Loffredo, alle ripetute violenze subite da due cuginette questa estate.

Caivano non è solamente degrado è anche esempio di coraggio e rinascita, grazie alla Dirigente Scolastica dell’Istituto Morano di Caivano, Eugenia Carfaro, che propone ai giovani le regole giuste e preferire la scuola al posto della strada, in uno spazio e in un tempo di vita riconsegnato alla crescita umana e sociale per fare diventare la periferia centro.

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Abbiamo posto alcune domande alla professoressa Carfaro che dal 2007 è promotrice di una resilienza civile, orientata a preservare i ragazzi dei contesti disastrati.

Perché l’impegno nella difficile realtà del Parco Verde?

“Ho un’inclinazione a sfidare il disordine e le difficoltà. Già esperta di educazione interculturale, da professoressa, mi sono occupata di inclusione nelle realtà in cui le donne italiane sposavano gli stranieri. Ho condotto studi sulla dispersione scolastica, da ricercatrice ero strafelice, ma tutti attorno a me si lamentavano, proponevano progetti, però ogni cosa si riduceva a mere pratiche amministrative. Da dirigente ho capito che bisogna sporcarsi le mani, andare a respirare la realtà”. 

Come ha trovato la realtà del Parco Verde?

Quando sono arrivata, nel 2007,  sono stata colpita da silenzio, disordine e volti rassegnati. Davanti alla sede centrale ho trovato materassi, siringhe, cani randagi e un casermone enorme, bellissimo e imponente, ma in una condizione di degrado indicibile. La stessa cosa negli altri plessi. Una realtà desolante: la scuola, la Casa dello Stato grandemente offesa e subito una dissonanza. Il brutto era li, ma ho pensato al bello in cui poteva trasformarsi”.

Al Parco Verde, di Caivano la devianza si combatte tra i banchi di scuolahttps://www.facebook.com/photo/?fbid=758420852965704&set=pb.100063933880078.-2207520000&locale=it_IT

Le aule e i corridoi degradati della scuola di Caivano sono stati ripuliti e abbelliti

Quali strategie adotta perché i giovani al Parco Verde scelgano la scuola,  e non la strada?

Ripulire, ordinare, abbellire, convincere i ragazzi a venire a scuola. Sono andata a prendere i bambini casa per casa: le famiglie da sole non ce la fanno, all’inizio nemmeno io, allora ho cominciato a segnalare. Offrire il tempo pieno e la mensa prende tempi lunghi: ho impiegato circa cinque o sei anni per ottenerli. Poi sono stata mandata via dal primo ciclo e sono approdata all’Istituto superiore. Ho ricominciato il percorso: ho ripulito, ho tolto anche pistole, segnalato gravi irregolarità gestionali e amministrative, tirato fuori chi non poteva stare nella scuola. L’esperienza mi ha fatto diventare adulta; ho smesso di bussare alle porte territoriali. Ho cercato nuove alleanze fra gli alunni più grandicelli: gli ho proposto di condividere regole giuste e restare a scuola per costruire il loro futuro”.

Come fanno i ragazzi a imparare le regole giuste nel rapporto fra dentro e fuori la scuola?

La partita è più facile se le regole sono tratte dall’esperienza e introdotte con metodo: chi vive senza regole all’inizio le rifiuta. Pertanto siamo noi adulti che dobbiamo fare delle cose e dobbiamo farle insieme agli alunni. Essere modello di riferimento nel vivere e nel fare, è fondamentale, perché è così che si apprende come tutto funzioni meglio, con regole non imposte, ma indicate, elaborate e condivise insieme. Difficile conciliare il dentro con il fuori. Ho puntato sulle regole e a non andarmene. Si pensa che gli alunni di Parco Verde una volta usciti dalla scuola continueranno a essere tentati a tornare nel brutto. Non è vero. Diciamo che le regole entrano lentamente, ma arriva un giorno in cui i ragazzi dicono: “quello che viviamo a scuola è giusto”.

Come rispondono insegnanti e operatori scolastici?

“Faccio in modo che la scuola venga scelta: chi pensa di imboscarsi, di fare supplenza per accumulare punteggio viene dissuaso dallo scegliere questa realtà. Il vero dramma delle periferie è di essere utilizzate, non scelte. I docenti che vengono qui sanno che devono apprendere e impegnarsi a rigenerare l’esperienza scolastica con gli alunni stessi. Bisogna avere l’abilità di tirar fuori le capacità latenti che i ragazzi hanno, l’ingegno e la loro astuzia devono essere rimodulati. Anche gli altri operatori fanno la loro parte, affiancare gli adolescenti, ascoltarli e capire, dai loro racconti, cosa non va nel sistema. A scuola occorre creare un ambiente non esposto a cedimenti, altrimenti il ragazzo cade nella falla delle periferie dove crede di trovare tanti soldi”.

Come hanno risposto le famiglie del Parco Verde?

“All’inizio vengono tutti. Non ci provano solamente quelli che non sono mai andati a scuola, perché non ci credono: per loro la scuola non è un luogo di sicuri guadagni,  allora la scartano. Con le famiglie bisogna lavorarci, fare senza giudicare – senza porsi domande -rendere la scuola un luogo che amplia gli spazi della famiglia, laboratorio allargato di emozioni, sentimenti e responsabilità con il valore delle regole; ma lo stato è lento, tanto che “l’altro stato” diventa più veloce a far presa proprio sull’anima più debole. Al Parco Verde, il fragile non ce la fa a resistere, si rassegna, non torna a scuola. Quella delle periferie è una condizione indotta da un sistema colluso di colletti bianchi difficile da combattere. Però si può cambiare, attivando processi e tracciando vie guardando al futuro”.

“Prevediamo di creare un ristorante etico, inserito nei circuiti internazionali, dove questi giovani applicheranno i criteri di una economia civile. Progettiamo che questi ragazzi, protagonisti di miglioramento, accedano all’università. Creare università nelle periferie vuol dire occupare spazi per fare arretrare “l’altro stato” e far diventare la periferia centro”.

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Lucia Muscetti

Laureata in Scienze Politiche, docente emerita in discipline giuridiche ed economiche presso i Licei di Scienze Umane. Leggo e approfondisco saggi sui diritti umani e di politica per scrivere e praticare l’arte del vivere bene insieme. Partecipo al laboratorio giornalistico di BuoneNotizie.it

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