Con la legge 53 del 2022, l’Italia si è finalmente dotata di un sistema di raccolta dati sulla violenza di genere periodico ed integrato che, con il sostegno di ISTAT, coinvolge tutti i principali attori: centri antiviolenza (CAV), sistema sanitario, ministero della giustizia e dell’Interno. Nel voler «garantire un flusso informativo adeguato», tale legge rappresenta un cambio di passo fondamentale al fine di «progettare adeguate politiche di prevenzione e contrasto e di assicurare un effettivo monitoraggio del fenomeno.»

In dialogo con operatrici dei CAV e delle forze armate abbiamo cercato di capire quali sono le criticità della legge e quali i dati che ancora ci mancano per portare a galla un fenomeno complesso e sfaccettato che colpisce duramente la nostra società.

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Donne con disabilità e donne migranti

Capire la violenza di genere in maniera integrale significa tenere conto dell’intersezionalità dei vissuti. Una donna bianca e abile subirà la violenza in maniera diversa da una donna migrante e/o con disabilità. Categoria su cui nell’immediato futuro – ci raccontano Anna Agosta e Federica Maur, presidenti di due dei 108 centri antiviolenza della rete D.i.RE – verrà posta sempre più attenzione attraverso una migliore raccolta del dato.

«A Catania, una donna sorda ci ha lasciato un bigliettino sotto la porta perché non poteva chiamarci al numero di telefono» ci racconta Anna Agosta, «questo ha fatto partire una riflessione politica che stiamo portando avanti attraverso una formazione specifica e incontrando sui territori le organizzazioni di donne con disabilità.» Anche a Trieste dove lavora Francesca Maur stanno lavorando in questa direzione: «Sono partiti una serie di incontri per valutare quali sono le loro esigenze. Si inizierà con la rilevazione più semplice: il numero delle donne con disabilità che entrano nei centri e poi via via, valuteremo quali dati integrare

Per le donne migranti, la novità risiede nella collaborazione tra ISTAT e UNHCR per integrare i dati monitorati attraverso il lavoro, in atto già da un poi di anni, delle operatrici dei centri antiviolenza nelle zone di frontiera, negli hotspot e nei centri di prima accoglienza. In queste situazioni, se la donna lo acconsente, si raccolgono dati sulla provenienza, le tipologie di violenza, se questa è legata al paese di origine o/e al viaggio e infine quali sono le conseguenze (come gravidanze indesiderate o aborto).

Per monitorare meglio i dati sulla violenza di genere servono investimenti e formazione 

 La raccolta dati – benché all’interno di una cornice legislativa che si è rinforzata negli ultimi anni – soffre di un deficit importante: la mancanza di finanziamenti.  Secondo Agosta questa è «una grandissima criticità che ha anche un valore politico: da un lato si impone la raccolta dati dall’altra però non si danno gli strumenti economici adeguati e finanziari per poterla portare avanti, in disaccordo con la Convenzione di Istanbul che invece lo prescrive.»

La mancanza di investimenti inficia un’approfondita formazione del personale nell’ambito sanitario e delle forze dell’ordine impedendo molto spesso alla violenza di emergere e di farsi quindi dato di analisi: «per tutta una serie di questioni legate al pudore e alla paura, quasi mai la donna va al pronto soccorso, ad esempio, dicendo di essere vittima di violenza. L’operatore che ha una formazione però sa fare le domande giuste per, come ci piace dire a noi, “agganciare” la donna e farla sentire al sicuro. Se ciò non avviene è molto difficile che la donna si apra, figurarsi poi raccogliere il dato» ci spiega Agosta.

«Spesso, dopo un femminicidio ci si chiede “perché non si è attivata la rete?” Spesso succede perché il primo anello che avrebbe dovuto attivare la rete non l’ha fatto, non riconoscendo la violenza» le fa eco Maur.

Anche nell’ambito delle forze dell’ordine il problema della formazione è cruciale, come ci racconta una Sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri: «Se c’è una sola persona formata in una stazione di 30 persone può capitare molto spesso che la vittima di violenza arrivi quando non c’è questa persona e a quel punto manca la copertura, il giusto approccio.»

I benefici della formazione

Secondo Maur ed Agosta, l’aumento di investimenti è cruciale perché i dati e le esperienze dei CAV dimostrano che quando su un territorio, gli operatori e le operatrici di tutti i vari ambiti coinvolti sono formati c’è un picco rilevante di invii al centro antiviolenza perché «è come se quell’operatore o quell’operatrice si mettesse una lente per vedere la violenza, leggerla, riconoscerla e farla emergere

«A volte mi rendevo conto che il referto e il numero dei giorni prescritti alla vittima di violenza era condizionato da chi aveva incontrato quella donna in ospedale: mi capitava il medico che aveva capito che era violenza domestica e quindi la donna arrivava in questura con dieci giorni di prognosi, tutto scritto per bene. In altri casi il referto veniva fatto superficialmente con un banale: “riferito percosse da persona nota, tre giorni di prognosi” senza alcun approfondimento. Lì potevo proprio vedere la differenza tra personale formato e non formato» ci racconta ancora la Sottufficiale.

Una visione a 360 gradi della violenza

In ultima analisi, come rilevato in una delle sue newsletter da Donata Columbro – Data Humanizer e autrice del libro “Ti spiego il dato” – un’indagine su base campionaria sulla violenza di genere in Italia non viene effettuata dal 2014. I dati aggiornati annualmente e disponibili sul sito di ISTAT non si basano infatti su un’indagine effettuata «bussando a casa di ogni donna per chiedere se abbia mai subito violenza» bensì attraverso i dati raccolti dai centri antiviolenza, e quelli di ospedali e forze dell’ordine – che come abbiamo visto però nascondono un grosso sommerso.

10 anni di dati mancanti sono molti e tendono a oscurare una parte di violenza meno visibile come quella economica e psicologica e che molto spesso o non viene fatta emergere o non spinge le donne in questura, nei CAV o negli ospedali. Indagare più a fondo questo aspetto potrebbe aiutare ad avere un quadro più completo del fenomeno che è poi l’obiettivo che coraggiosamente si pone la legge.

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Camilla Valerio

Mi piace scrivere di diritti, sport, attualità e questioni di genere. Collaboro con il Corriere del Mezzogiorno e scrivo per BuoneNotizie.it grazie al progetto formativo realizzato dall'Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

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