Dialogo, pace, diplomazia, accordi fra le nazioni. Di fronte ai conflitti esplosi in alcuni Paesi, si sente spesso ripetere tali parole come degli auspici. Eppure, sono concetti usati in modo alquanto generico – poiché in realtà la diplomazia può declinarsi in tanti modi, in base ai mezzi scelti per esercitarla.

Trattati, protocolli, memorandum d’intesa: cosa indicano, nel dettaglio, queste espressioni usate così spesso dalla stampa? Ora più che mai è importante domandarselo, per capire quanto impegno serve a costruire le buone relazioni.

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Le trattative richiedono opportune scelte lessicali

Quando si parla di accordi fra le nazioni, i termini usati per descriverli – per chi non è coinvolto in prima persona – potrebbero sembrare indifferenti. Tuttavia, gli attori principali di simili operazioni devono invece impiegare le parole giuste; soprattutto nel caso in cui siano in gioco la pace e gli equilibri geopolitici. Un accordo infatti, a seconda di come si presenta in termini formali, può esser più o meno vincolante. Di conseguenza, il fatto che si opti per uno con maggiori vincoli – ad esempio – sottende la volontà, da parte di due Paesi, di rafforzare i propri legami. E la stessa logica vale, in modo speculare, nel caso opposto.

Inoltre, dal tipo di accordo che si sceglie dipendono anche altri fattori di eguale importanza. In primis, il modo stesso in cui l’intesa sarà implementata, poi il livello di coinvolgimento dei parlamenti nel ratificarla, e infine il fatto che possa o no subire modifiche, essere sospesa oppure rinnovata.

Non si deve però pensare che tutti gli Stati interpretino in modo univoco le varie terminologie. Non c’è stata infatti unanimità nel sottoscrivere il principale testo normativo sulla materia – la Convenzione di Vienna del 1969. Dunque, a seconda dei soggetti coinvolti in una trattativa, le scelte lessicali possono variare.

I tipi più vincolanti di accordi fra le nazioni

La tipologia di accordo tra Paesi che comporta più vincoli è quella del trattato. La già citata Convenzione di  Vienna lo definisce “un accordo internazionale concluso per iscritto tra Stati e regolato dal diritto internazionale”. Esso può essere – qualora i contraenti siano solo due – bilaterale, ma esiste anche la variante “multilaterale”. È il caso di trattati che vedano il coinvolgimento di più di due nazioni o istituzioni internazionali – come quelli che regolano il funzionamento dell’Unione Europea.

Esiste poi, tra i tipi di accordi più vincolanti, quello che nel gergo tecnico si definisce “scambio di note”. Esso consiste nell’invio d’una lettera, da parte di uno degli attori in gioco, alla propria controparte. A tale missiva l’altro risponderà tramite un atto che riproduce fedelmente la nota ricevuta, e in cui egli la sottoscrive. Va da sé che questo processo è solo la “punta dell’iceberg”, essendo preceduto da un lungo lavoro diplomatico.

Gli accordi fra le nazioni e le loro diverse sfaccettature

Tra gli accordi diplomatici meno vincolanti, quello più praticato è il memorandum d’intesa. In modo generico, si può dire che esso ufficializza in forma scritta una serie di intese fra le parti, definite in precedenza solo a livello orale. Rientra in tale tipologia un’iniziativa diplomatica intrapresa dall’Italia con il primo governo Conte: l’intesa con la Cina relativa al piano di investimenti noto come “Via della Seta”. È un esempio paradigmatico di accordo flessibile, giacché l’attuale governo Meloni – per ragioni di opportunità politica – ha in programma di non rinnovarlo.

Il cosiddetto “protocollo” è un altro mezzo a cui l’Italia è ricorsa per siglare la recente intesa con l’Albania in merito alla gestione dei migranti. Di solito, lo si utilizza per integrare o definire meglio degli accordi – non troppo vincolanti – già esistenti fra due Paesi, senza mutarne la sostanza originaria.

C’è poi un termine, “dichiarazione”, che in ambito diplomatico è impiegato con varie accezioni – ma che ha avuto nella Storia un ruolo importante. Possono essere così classificati gli accordi di Oslo del 1993 – i primi che fecero intravedere una speranza di pace (quantomai attuale) per israeliani e palestinesi.

La diplomazia: un lavoro complesso per traguardi importanti

La cooperazione fra gli Stati può esplicarsi anche in ambiti che trascendono la geopolitica, pur restando di interesse globale. Ne sono un esempio gli accordi internazionali sul clima che, con cadenza periodica, hanno impegnato i leader del pianeta. Un tema come quello della crisi climatica si è dimostrato, infatti, adatto a esser affrontato con i mezzi della diplomazia, necessitando d’un linguaggio lucido ed equilibrato.

Non va neanche dimenticato il ruolo vitale della mediazione, specie quando l’obiettivo primario è quello della pace. Il conflitto russo-ucraino ha fatto tornare d’attualità il peculiare modus operandi della diplomazia vaticana, uso a rivolgersi in primo luogo alla coscienza degli uomini e a promuovere rapporti di reciproca comprensione.

Difatti, come dimostra un settore di studi come la Peace Research (i cosiddetti “studi per la pace”), la ricerca di equilibri nonviolenti a livello mondiale non è qualcosa che si improvvisa; anzi richiede molta applicazione. Per raggiungere tale obiettivo c’è una sola via praticabile: trovare una sintesi tra istanze e interessi diversi.

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Edoardo Monti

Ho lavorato per anni come freelance nell'editoria, collaborando con case editrici come Armando Editore e Astrolabio-Ubaldini. Nel 2017 ho iniziato a scrivere recensioni per Leggere:tutti, mensile del Libro e della Lettura, e dal 2020 sono tra i soci dell'omonima cooperativa divenuta proprietaria della rivista.

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