Cresciuta con smartphone, social media e contenuti online, la generazione Z, nata tra il 1997 e il 2012, si è trovata fin dalla più tenera età a navigare nell’immenso oceano dell’informazione online. Questa natività digitale, al pari della generazione Y che l’ha preceduta, l’ha resa più esposta al fenomeno delle fake news e alla diffusione della disinformazione.
Secondo l’indagine realizzata dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e Parole O_Stili, Alfabetizzazione digitale & Fake news, il 51% dei giovani si informa principalmente dai social, ambienti dove la disinformazione dilaga rapidamente. Il 31% di questi mette like a notizie non verificate, contribuendo in modo inconsapevole alla loro diffusione.
La sfida più urgente è chiedersi: come possiamo aiutare la Gen Z a riconoscere e contrastare le fake news? Alcuni esempi di seguito dimostrano come pochi interventi mirati possono migliorare la capacità critica dei ragazzi nel riconoscere i contenuti falsi.
Caso USA: un modello educativo per la gen Z
Nonostante la gen Z sia cresciuta nel mondo digitale, la maggior parte dei giovani non possiede competenze avanzate per valutare i contenuti online. Per colmare queste lacune, Mike Evans, professore di scienze politiche presso la Georgia State University, ha introdotto nel suo corso di American Government, sei moduli brevi da 150 minuti, tratti dal programma Civic Online Reasoning, sviluppato a Stanford.
L’obiettivo è quello di insegnare agli studenti universitari alcune strategie per riconoscere la disinformazione online. Una di queste è il lateral reading, ossia la lettura laterale, che consiste nell’incrociare le fonti per verificare la veridicità di una notizia, senza farsi ingannare dall’aspetto del sito. Ad esempio, le pagine con dominio aperto, dove chiunque può registrarsi e apportare modifiche, come su Wikipedia, non sono sempre affidabili.
Alla fine del semestre, i risultati hanno mostrato un incremento del 18% nelle capacità di riconoscere fonti protette e nel valutare la provenienza delle informazioni, con l’80% degli studenti che ha affermato di aver trovato il corso molto utile.
Tre esempi virtuosi, tutti italiani
Come rivela l’indagine citata sopra dell’Istituto Toniolo, 7 ragazzi su 10 si sentono in grado di riconoscere una notizia falsa sui social, mentre 3 su 4 cercano attivamente di fare fact checking con fonti affidabili. Tuttavia, la gen Z rimane tra le fasce di popolazione più vulnerabile alla disinformazione. Ciò evidenzia la mancanza di un’educazione digitale sistematica nelle scuole che, generalmente non insegnano loro a sviluppare un pensiero critico.
Anche nel nostro Paese, non mancano però le iniziative virtuose e già dalla scuola elementare. Tra queste “Shake the fake”, proposto dall’Osservatorio Permanente Giovani Editori, rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado di Padova e Rovigo per l’anno scolastico 2025-2026, con lezioni e schede didattiche che insegnano a riconoscere e smascherare le notizie false.
Simile è “True or False”, progetto tuttora in corso, partito nel 2022, che mira a dotare gli studenti delle competenze per navigare nel mondo digitale in modo critico, aiutandoli a smascherare le fake news.
Inoltre, per i piccoli della primaria, c’è “NeoConnessi Kids” di Scuola.net, che mira a educare a un uso più consapevole della rete con il supporto della famiglia.
Questi approcci, dimostrano che è possibile agire già a partire dai primi anni di scuola. Non servirebbe stravolgere il programma scolastico, ma basterebbe integrare dei moduli brevi e concreti nelle materie scolastiche già esistenti. Non è solo un modo per insegnare alla gen Z a riconoscere le fake news, ma anche stimolare una cultura sana del dubbio e della ricerca della verità.
Perché educare al pensiero critico è la chiave
In un mondo sempre più complesso, dove le fake news e la disinformazione sono all’ordine del giorno, la capacità di utilizzare il pensiero critico diviene essenziale, tanto per i giovani, quando per i meno giovani. Se si vuole fare in modo che gli adulti di domani abbiano gli strumenti per discernere informazioni vere da contenuti falsi, bisogna iniziare dalla scuola.
Non servono interventi complessi, ma bisogna far sì che i progetti campione che abbiamo citato sopra possano essere offerti su larga scala: anche iniziative brevi ma ben strutturate e integrate nei contesti educativi possono fare la differenza. La sfida è fornire alla gen Z gli strumenti per riconoscere ciò che leggono e condividono. Solo così sarà possibile formare cittadini consapevoli, in grado di muoversi con responsabilità nell’ambiente digitale.