Le fake news sono diffuse dai pregiudizi umani e non dai meccanismi automatici presenti nei social network. Giunge a questa conclusione una ricerca guidata da Ronald Robertson, dell’università di Stanford, e pubblicata sulla rivista Nature del mese di maggio.

L’aggregazione di individui in ambienti virtuali, dette echo chambers, sono all’origine della diffusione delle fake news.  Gli algoritmi hanno un impatto inferiore rispetto alle comunità virtuali perché questi questi hanno il solo compito di proporre contenuti simili alle ricerche effettuate. Invece per via dell’iper esposizione si ha la falsa rappresentazione che la notizia sia molto diffusa.

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Per poter condurre lo studio occorreva conoscere l’incidenza dell’algoritmo e delle echo chambers ma il funzionamento dell’algoritmo è strettamente riservato, per cui condurre questo studio sarebbe stato impossibile. Gli autori della ricerca hanno avuto un’intuizione ed hanno installato un’estensione del browser che registrava tutti i risultati di ricerca su Google – e i link seguiti da quelle pagine – nel corso di diversi mesi.

Perché crediamo alle fake news?

La comunità scientifica si interroga sui processi mentali che ci conducono a credere alle fake news e due sono le interpretazioni che si sono affermate. Il rapporto che descrive queste teorie è stato redatto da parte dell’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nel mese di febbraio 2020.

La prima teoria prende in esame i due sistemi cognitivi, quello intuitivo e quello analitico. Il primo meno preciso è legato all’intuito, il secondo più razionale riconosce l’accuratezza dell’informazione. Questo risulta essere vero nei casi in cui il lettore non abbia le adeguate conoscenze per notare le incongruenze. Si avverte quindi la necessità di avere una capacità critica per riconoscere l’incoerenza. È quindi il primo processo ad essere responsabile della credulità delle fake news.

La seconda teoria invece individua nel processo analitico la causa che conduce gli individui ad accettare la disinformazione. Secondo questa teoria, il ragionamento motivato è condizionato dalla propria ideologia. Le persone sono più inclini a credere alle informazioni coerenti alla propria ideologia.

L’era digitale e le informazioni

Nell’era digitale in cui viviamo la scarsità di informazioni non è di certo un problema ma lo è l’opposto cioè la sovrabbondanza. In un rapporto dell’Agcom del mese di novembre del 2018 dal titolo: “News vs fake nel sistema dell’informazione” emerge che gli utenti tendono ad interagire con un numero ristretto di fonti informative on line evidenziando fenomeni di aggregazione in gruppi e di polarizzazione cioè la tendenza a schierarsi da una parte. La stessa conclusione a cui giunge la ricerca di Robert Robertson.

Anche nel mondo dei social network il tema è di primaria importanza: troppe fake news e poche buone notizie fanno registrare una disaffezione verso i social tanto che i creatori di Instagram hanno creato Artifact contro le fake news.

Google e le fake news

Google prevede di pubblicare brevi video in cui spiega le caratteristiche di base di una fake news. L’intento è di formare gli utenti a riconoscere una notizia falsa e a sviluppare il pensiero critico. Questo approccio è definito prebunking e significa riconoscere una notizia falsa prima di condividerla.

 

Nel 2017 il ministero dell’Istruzione ha preparato il decalogo: “Bastabufale”, sintetizza in 8 punti i modi per riconoscere una fake news.

In conclusione, dall’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell’incontro con i componenti dell’Associazione Stampa Parlamentare, i Direttori dei quotidiani e delle agenzie giornalistiche e i giornalisti accreditati presso il Quirinale per la consegna del Ventaglio da parte dell’Associazione Stampa Parlamentare. Palazzo del Quirinale del 27 luglio: “La democrazia si nutre della libertà di parola e di espressione, come ricordò Franklin D. Roosevelt nel suo famoso discorso del 1941. Finché l’informazione era veicolata attraverso la carta stampata, fondamentale, per potervi accedere, era l’alfabetizzazione dei cittadini. Con la radio e la tv l’accento si è spostato sulla capacità critica con cui valutare il panorama informativo offerto. Oggi, nell’epoca del web e dei Social, i due aspetti coincidono. Vi è infatti più che mai, a fronte di un’abbondanza di mezzi di diffusione – alla quale, per la verità, non corrisponde obbligatoriamente una pluralità di contenuti – l’esigenza di una “alfabetizzazione” digitale e quello della crescita di una capacità critica rispetto all’offerta, per non essere in uno scenario che veda la propaganda sostituirsi ai fatti.”

 

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Francesco Ravenda

Francesco Ravenda, informatico. Appassionato di gestione aziendale e di podcast, attento alle dinamiche sociali, mi piace informare, raccontando. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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