In Italia si vive più a lungo. Secondo l’ultimo rapporto EU Country Health Profiles 2025 dell’OCSE, la prospettiva di vita ha raggiunto gli 84,1 anni, 0,6 anni in più rispetto al 2023. Sono dati che raccontano una realtà in cui è possibile godere della vicinanza di genitori, nonni, zii, per un tempo molto più lungo rispetto al passato, ma che mette in luce la necessità di riflettere su questioni sociali divenute centrali: terza età e assistenza.
Nel nostro Paese, sono 3,9 milioni gli anziani non autosufficienti che richiedono assistenza continuativa. A occuparsi di loro ci sono 7 milioni di familiari, perlopiù donne, impegnate quotidianamente nella cura di un proprio caro affetto da fragilità, sottraendo tempo ad altri affetti, al riposo, a sé stesse. A queste figure preziose, la d.ssa Alba Bonetti ha dedicato un libro “Un cerchio di ciliegie. Comfort book per chi accudisce persone anziane” (Tralerighe, 2025).
Caregiver e longevità di massa
Gli enormi progressi della medicina hanno permesso la cura di molte patologie, dando origine a un fenomeno nuovo, la longevità di massa. Tuttavia, «ad attendere le persone anziane, nel lungo periodo, non c’è un’esistenza sana, […] ma parecchi anni di vita medicalizzata», scrive Bonetti.
In questo senso, «le caregiver portano sulle spalle il peso di una generazione pioniera, in un territorio su cui l’umanità sta muovendo i primi passi nella totale indifferenza dell’elaborazione collettiva. Tutti vogliono vivere a lungo, nessuno vuol diventare vecchio» – sottolinea l’autrice, mettendo in luce un fatto: «Se non siamo caregiver, lo diventeremo: è bene iniziare a studiare, riflettere, imparare».
Assistenza, un turbinio di emozioni
L’accudimento di una persona fragile può generare stati d’animo complessi, soprattutto quando l’assistito è affetto da declino cognitivo: «Sentirsi persi è una sensazione frequente […] Quella con i propri genitori è la relazione di assistenza più faticosa: la necessità di trasformarsi in genitori dei propri genitori porta con sé un grande dolore, assieme a una profonda solitudine», spiega l’autrice.
Può capitare di vivere sentimenti contrastanti, oscillando dall’amore che si nutre per l’assistito alle frustrazioni causate da rabbia, ansia, fatica, preoccupazione, arrivando a provare senso di colpa per ciò che si sente. Secondo Bonetti, «il senso di colpa è un segnale sano se spinge a informarsi, a cercare aiuto, mentre è da tenere a bada se aggiunge altro peso a quello che le caregiver già portano sulle spalle».
Il suggerimento è quello di «non farsi schiacciare dal dolore», ma acquisire competenze, informandosi sui servizi messi a disposizione dal comune, dall’ASL, o confrontarsi con chi sta vivendo la medesima esperienza, cercando gruppi di autoaiuto per caregiver.
Non solo. Relazionarsi con chi è colpito da declino cognitivo è possibile, a patto di abbandonare l’idea di comunicare per imparare a conversare: «Gli anziani con decadimento cognitivo non capiscono cosa dici, ma come lo dici: tono di voce, sguardo, gesti sono fondamentali».
Essere una caregiver familiare: i volti della cura
Non esiste un modo solo di offrire assistenza, soprattutto a fronte del carico emotivo insito nella relazione di cura: «Non è difficile l’inizio della giornata, ma la fine. È difficile sostenere lo sguardo di rimprovero di mia mamma quando mi congedo, perché vorrebbe che stessi ancora lì».
Questo disagio può portare a sacrificarsi oblativamente per il proprio caro, o a delegare la cura ad altri. In ogni caso, «entrambe le polarità sono comprensibili, umane», sostiene l’autrice.
Spesso, il tipo di accudimento è una conseguenza della qualità del rapporto che le persone hanno costruito nel corso della vita: «Capita che pregressi rapporti conflittuali con i genitori portino i figli a voler “riparare” la relazione, oppure modalità spiccatamente oblative possono nascere dalla convinzione, spesso inconsapevole, di poter rallentare all’infinito il corso del declino». Non riuscire a staccarsi può comportare conseguenze anche gravi in termini di stress, burnout, logoramento di altri rapporti affettivi essenziali.
«Anche la convinzione di essere gli unici a sapere “cosa va bene per lui/lei” creano le basi dell’insostituibilità di chi cura, mettendo a rischio la tenuta del resto della vita individuale», avverte l’autrice.
Il suggerimento è «riflettere sui propri modelli di comportamento e chiedersi cosa ci porta ad attuare modalità di cura che generano situazioni di squilibrio nella nostra vita personale e familiare», ricordando l’importanza di prendersi tempo per sé, anche coinvolgendo il resto dei familiari «nella ripartizione del carico di cura per tutto ciò che riguarda l’anziano».
Scegliere diversamente: il ruolo delle RSA
Per Bonetti è giunto il momento di cancellare lo stigma morale che ancora grava su chi affida ad altri l’accudimento di un proprio caro, ricorrendo a strutture residenziali socio-sanitarie (RSA): «È possibile non avere voglia di occuparci di chi pure continuiamo ad amare».
Le RSA garantiscono assistenza mirata, oltre che rappresentare un antidoto alla solitudine. Al loro interno, il malato può godere di una vita attiva, fatta di nuove relazioni e attività dedicate, mentre i familiari possono ricevere consigli su come affrontare la malattia del proprio congiunto, il decorso, il distacco.
Sostenere chi aiuta, imparare dalla cura
Le caregiver familiari tendono a non chiedere aiuto, negando sé stesse e i propri bisogni. Sostenerle significa «offrirsi di svolgere insieme qualche attività della routine dell’assistenza: far da mangiare, prenotare le visite, riordinare la casa». Cruciale è garantire un aiuto continuativo, al fine di divenire un punto di riferimento reale.
Nondimeno, accudire una persona fragile non significa mettere la propria vita in pausa. La relazione di cura è una relazione d’amore che permane fino alla fine, un legame che insegna: «Quando non si può fare più nulla, si può ancora amare e sentirsi amati […] Frequentare le persone anziane aiuta a rimettere nel giusto ordine le priorità della nostra vita […] Ascoltando i loro racconti, si capisce che […] il tempo per decidere che vita vogliamo vivere è il tempo che stiamo vivendo adesso. Se arriverò a novant’anni, cosa vorrò trovare guardandomi indietro?».


