Negli ultimi anni, la violenza giovanile è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico, generando preoccupazione nel modo in cui la società affronta il disagio dei giovani. Le carceri minorili, nate originariamente con una funzione educativa e non solo punitiva, si trovano oggi a operare in contesti segnati da difficoltà familiari, sociali ed emotive profonde, che rischiano di alimentare comportamenti devianti invece di prevenirli.
Proprio per rispondere a questa urgenza sociale, stanno emergendo nuovi modelli di giustizia minorile e progetti di reinserimento. Iniziative che dimostrano come sia possibile trasformare la pena in una reale opportunità di rinascita.
Carceri minorili: uno sguardo al sistema attuale
Il sistema delle carceri minorili in Italia sta attraversando una crisi profonda che mette in discussione l’intero settore della giustizia minorile. Associazioni come Antigone, Defence for Children Italia e Libera chiedono il ripristino di una cultura educativa, dove l’obiettivo non è solo la punizione ma anche la riabilitazione e il reinserimento dei giovani nella società.
Gli istituti penali minorili (IPM), nati per accogliere ragazzi tra i 14 e i 18 anni, vedono la propria organizzazione e il proprio funzionamento compromessi da una serie di criticità. Secondo il report di Antigone, dal 2022 ad oggi il numero di giovani detenuti negli Ipm è aumentato del 55%, passando da 392 a 611 presenze. Oggi, ben 9 carceri minorili su 17 soffrono di sovraffollamento.
Tale sovraffollamento genera condizioni di vita difficili, come materassi di fortuna sul pavimento in celle già sature e tutto ciò che ne consegue. Questa precarietà ostacola una gestione adeguata dei percorsi educativi, rischiando di aggravare il disagio psicologico e sociale dei ragazzi e di aumentare la probabilità che, una volta usciti, tornino a delinquere.
Secondo i dati del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), il tasso di recidiva dei detenuti adulti è stimato intorno al 60%, ma si afferma che possa scendere del 2% per i detenuti che abbiano avuto un’opportunità di reinserimento sociale e i dati si stima che possano migliorare ulteriormente se si prendono in considerazione i minori.
Modelli educativi e recupero: le alternative possibili
In un contesto che mira a ridurre la detenzione minorile, si stanno affermando soluzioni alternative che pongono al centro il recupero e il reinserimento sociale. Tra questi si distingue il progetto “118 educativo – Task Force Educativa”, avviato nel comune di Treviso nel 2025, in collaborazione con la prefettura, le Forze dell’Ordine e l’Ulss 2. L’iniziativa mira a recuperare i minori coinvolti in fenomeni di bullismo e baby gang, attraverso percorsi educativi specifici con educatori, ma anche attività di volontariato nelle case di riposo e attività sportiva. È tutt’ora in fase sperimentale nella città di Treviso, ma se avrà risultati positivi verrà esteso a tutta la provincia.
Un altro esempio è rappresentato dal progetto Astrolabio, avviato nel 2022 con il sostegno dall’impresa sociale “Con i bambini” e terminato nel 2025. Nel corso di quattro anni, l’iniziativa ha coinvolto oltre 140 minori autori di reato in tutta l’Umbria, adottando modelli educativi innovativi. Grazie a un’équipe multidisciplinare, l’intervento mirava a favorire una reale consapevolezza del danno arrecato alla vittima, promuovendo percorsi di giustizia riparativa e reinserimento sociale.
Infine, a completare questo quadro si inserisce “Jobel”, un progetto nazionale attivo nel biennio 2025-2026, frutto della collaborazione tra Intesa Sanpaolo e Caritas, nell’ambito dell’iniziativa “Aiutare chi Aiuta”, attiva dal 2020 e che in cinque anni ha raggiunto più di 14mila beneficiari offrendo supporto a ragazzi coinvolti nel sistema penale. Il programma è dedicato al sostegno dei minori attraverso percorsi di formazione professionale, orientamento e inclusione in 16 istituti italiani, con l’obiettivo di prevenire la recidiva e favorire un concreto reinserimento sociale dei giovani sottoposti a provvedimenti penali.
Una società che guarda al futuro
La sicurezza non si costruisce irrigidendo le pene, ma investendo in opportunità concrete di crescita e inclusione. Affidarsi esclusivamente alla punizione si è rivelato inefficace e rischia di compromettere il futuro di ragazzi che, spesso, provengono da contesti segnati da fragilità sociali ed educative. Per questi motivi, cambiare la prospettiva rispetto alle carceri minorili, focalizzandosi su ciò accade durante e dopo il periodo di detenzione è indispensabile.
Solo integrando percorsi di istruzione, lavoro e supporto psicologico nel sistema rieducativo sarà possibile prevenire la recidiva e trasformare il disagio in una possibilità di riscatto. Una società che sceglie di investire nei suoi giovani dimostra di voler guardare al futuro, riconsiderando il ruolo delle carceri minorili.

