Giovani al lavoro nei paesi del Terzo Mondo, affrontando senza paura il coronavirus e la povertà

Durante il periodo Coronavirus il lavoro a livello globale si è rivelato estremante instabile, in particolare modo per i giovani. Nonostante il malcontento e l’incertezza, emerge l’esempio di giovani che non si sono lasciati abbattere dedicando i loro sforzi nell’aiutare i più poveri. Molti di essi sono partiti poco prima del lockdown, consapevoli che avrebbero dovuto lasciare l’Italia per un tempo indefinito e di dover affrontare i rischi dell’emergenza sanitaria.

I paesi del Terzo Mondo hanno subito un danno economico immenso che non si risanerà per molto tempo. La popolazione più povera, che prima viveva con piccoli lavori o con il turismo, si è ritrovata senza introiti. L’emergenza sanitaria, inoltre, ha catalizzato l’attenzione sulla classe più ricca, lasciando in pessime condizioni igieniche e mediche la fascia più debole. Questo non ha limitato la presenza di giovani in questi paesi: Africa, Asia, Sud America, sono diventate mete di cooperazione e di nuove opportunità di lavoro per i loro abitanti.

Da Varese alle Filippine: la storia di Anna

Anna, giovane architetto varesotta, è un grande esempio di coraggio e generosità. La sua storia  dimostra come un aiuto concreto possa migliorare la condizione di vita di tantissime persone, che non avrebbero i mezzi per farcela da sole.

“Ho lavorato per anni come architetto, con la sensazione che gli sforzi lavorativi fossero orientati a rendere ricchi i già ricchi. Ho iniziato ad avvicinarmi al mondo della cooperazione internazionale e nazionale, diventando volontaria attiva di “Architetti senza frontiere”, a Milano.” racconta Anna. E continua: “Poco prima della quarantena, ho capito che dovevo spostarmi: non ci ho pensato due volte a lasciare un buon lavoro in un paese ricco come l’Italia per partire alla volta delle Filippine. Qui ho iniziato la costruzione di 13 latrine in 13 scuole elementari remote nella foresta e per sistemi di distribuzione d’acqua alle scuole e ai villaggi. Il 60% della mortalità infantile in paesi in via di sviluppo deriva da scarso accesso ai servizi igienici.

Anna si è quindi trasferita con la consapevolezza che non sarebbe rientrata in Italia per molto tempo, affrontando un’eruzione vulcanica, uragani e il coronavirus.

Insegnare un lavoro alle giovani donne indigene per emancipazione e rinascita

“La pandemia è arrivata sull’isola, ho raccolto le paure, le ho messe da parte, dopo vari giorni di lunghe camminate nella foresta per sfuggire alla polizia di guardia per la quarantena, ho preparato altri progetti per aiutare le comunità locali. Ho iniziato la produzione di mascherine per il coronavirus con sarte locali e ho dato il via alla formazione di giovani donne indigene per la produzione di assorbenti igienici lavabili per coloro che non hanno accessibilità ai prodotti mestruali. I risultati estremamente positivi tra le donne indigene mi spingono a lavorare ancora di più e a non sentire la mancanza di casa. Preferisco lavorare con una fetta maggiore di popolazione, guadagnando meno, sentendo l’effetto e l’impatto dei gesti e degli sforzi.”

Imparare dai più poveri e contemporaneamente comprendere che il mondo è unico per tutti, che respiriamo la stessa aria, che l’infinita consapevolezza non ha colore né forma, sono il motore che spinge molti giovani ad aiutare i meno fortunati. E spesso non serve andare oltreoceano, ma affrontare realtà vicine, che necessitano di nuova energia e nuove persone.

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