Nel cuore della Striscia di Gaza, tra edifici distrutti e quotidianità sospese, una donna ha scelto di resistere per il bene dei bambini di Gaza, con pennelli e pastelli. Si chiama Maysa Yousef: è madre di tre figli, infermiera di formazione e artista per vocazione.
Da questo incontro è nato il progetto Letters to Heaven – Lettere al Cielo, ideato da Pietro Battistella, artista autodidatta e promotore culturale, legato al monastero di Marango (Caorle), luogo di spiritualità e dialogo inter-religioso.
Tra le macerie un laboratorio d’arte per i bambini Gaza e non solo
Nella sua casa-laboratorio, Maysa accoglie ogni giorno tra i 20 e i 40 bambini: li ascolta, li abbraccia, li guida nel disegnare ciò che non riescono a dire. La sua missione è semplice ma potente: offrire uno spazio di respiro, di gioco e di bellezza a chi cresce in uno scenario segnato da ansia e perdita.
La sua porta è aperta a tutti, senza distinzioni di religione o provenienza. «Sono nata in uno stato occupato – racconta – prendermi cura degli altri è un dovere». Il suo laboratorio non conosce barriere: accoglie chiunque abbia bisogno e il piccolo spazio diventa ogni giorno un rifugio di umanità. L’incontro con l’artista Pietro Battistella ha dato vita e movimento al progetto, che sta viaggiando per l’Italia, raccontando la storia di Maysa, le storie dei bambini di Gaza e coinvolgendo i bambini italiani.
“Letters to Heaven”: un viaggio di colori e memoria
L’idea è semplice e rivoluzionaria: raccogliere lettere e disegni dei bambini di Gaza e farli viaggiare attraverso una mostra che parla di infanzia, resilienza e pace. Ogni pannello espositivo dà voce a un bambino: nome, età, un disegno, una letterina tradotta in italiano e inglese, accanto a opere realizzate da artisti italiani, che traducono in immagini la forza di queste storie.
«Quando Maysa mi ha chiesto di prometterle che, se fosse morta, avrei testimoniato la sua storia, ho capito che non si trattava più solo di arte o solidarietà – racconta Pietro – Dovevo essere il suo testimone, portare la voce dei bambini ovunque fosse possibile, senza retorica, ma con rispetto». Da qui nasce l’anima profonda della mostra, che cambia a ogni tappa, si arricchisce, cresce. Le immagini si aggiornano con l’evoluzione del progetto di Maysa: si vedono i bambini che cambiano, che tornano a sorridere, che trovano parole nuove per raccontarsi.
Bambini di Gaza e ragazzi italiani in un dialogo senza confini
Uno degli aspetti più toccanti di Letters to Heaven è il coinvolgimento diretto dei ragazzi italiani, soprattutto di quelli che vivono in case famiglia, centri diurni o percorsi di inclusione. In ogni città la mostra invita i giovani a rispondere: con una lettera, un disegno, un pensiero. Il dialogo si costruisce così, da bambino a bambino, da ragazzo a ragazzo. I contributi italiani diventano parte integrante dell’allestimento, creando un filo invisibile ma forte che unisce realtà lontane.
Il progetto è in continua espansione e sarà ospitato in numerose città italiane, nelle scuole, nelle biblioteche, nei centri culturali, nelle carceri e nelle strutture per minori. Ogni luogo aggiunge un tassello, ogni tappa crea legami nuovi. L’obiettivo è chiaro: far sapere ai bambini di Gaza che la loro voce viene ascoltata e, allo stesso tempo, offrire ai giovani italiani uno spazio per riflettere, mettersi in relazione e contribuire con piccoli gesti di bellezza.
Letters to Heaven non offre risposte semplici: mostra, con delicatezza, che anche nei contesti più difficili si può coltivare l’empatia, riconoscere il dolore altrui, trasformarlo in relazione e, perché no, in speranza condivisa.
