Fake news e social network: come le piattaforme affrontano il problema

Fake news

Da anni ormai si sente parlare di fake news, un problema che è diventato sempre più dibattuto da quando i social network hanno permeato in maniera sempre più importante la vita delle persone. Un problema che diventa più importante quando l’utente non dispone dei giusti strumenti di fact checking e diventa dunque manipolabile. Un problema a cui le varie piattaforme stanno cercando di trovare una soluzione, seppur ognuna con la sua policy.

Dove nasce il termine fake news?

L’espressione fake news è stata dapprima utilizzata dai media nel primo decennio del Terzo Millennio per poi diventare in seguito largamente diffusa nella vita di tutti i giorni. Secondo la definizione riportata dall’Enciclopedia Treccani essa costituisce «un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata intenzionalmente o inintenzionalmente attraverso il web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione». Ma non è tutto. Una fake news viene «caratterizzata da un’apparente plausibilità», caratteristica «alimentata da un sistema distorto di aspettative dell’opinione pubblica e da un’amplificazione dei pregiudizi che ne sono alla base, ciò che ne agevola la condivisione e la diffusione pur in assenza di una verifica delle fonti».

Il problema della plausibilità delle fake news

Dalla definizione sopra citata si evince che il pericolo principale di una fake news non sia solo la sua non veridicità, bensì anche la sua plausibilità, aspetto che la rende una possibile arma di distrazione di massa. Un possibile strumento di propaganda che negli ultimi anni è stato utilizzato in maniera sempre più efficace per creare oppure amplificare sensazione presso l’opinione pubblica su determinate tematiche. Visionario in questo senso lo storico e militare francese Marc Bloch, il quale nel Novecento scrisse il seguente passo nel suo libro La Guerra e le false notizie:

Una falsa notizia è solo apparentemente fortuita, o meglio, tutto ciò che vi è di fortuito è l’incidente iniziale che fa scattare l’immaginazione; ma questo procedimento ha luogo solo perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento.

Marc Bloch

L’avvento dei social network e l’amplificazione del problema

Con l’avvento dei social network, la situazione non è cambiata. Su Facebook le fake news hanno iniziato a circolare sempre di più innescando un cortocircuito che si è poi esteso ad altre piattaforme. Se prima una notizia falsa poteva circolare solamente sulla carta stampata, in televisione oppure per via orale, con l’utilizzo sempre più quotidiano del web e con il rapido avanzamento tecnologico nel campo degli smartphone il problema è diventato “virale”.

Se prima infatti l’utente per entrare in contatto con una notizia falsa doveva essere “parte attiva” nel processo, accendendo per esempio il televisore oppure comprando un giornale, con l’avvento dei social network essa si presenta direttamente nella sua tasca, a portata di mano, pronta ad essere assorbita in una “fase passiva” come quella che l’utente comunemente spende sfogliando le varie timeline.

Facebook e il caso Cambridge Analytica

Mentre prima del 2018 si parlava si parlava del fenomeno delle fake news senza percepirne l’entità, con il caso Cambridge Analytica si è finiti per toccare il problema con mano. Fondata nel 2013, essa era una società di consulenze britannica che è finita nell’occhio del ciclone per aver raccolto senza il consenso dati personali di milioni e milioni di profili sul social network di Mark Zuckerberg, utilizzati per manipolare l’opinione pubblica almeno in occasione di quattro occasioni politiche: le campagne elettorali degli americani Donald Trump e Ted Cruz, il referendum sulla Brexit del 2016 e le elezioni presidenziali del Messico nel 2018.

Uno scandalo che ha creato un vero e proprio terremoto economico nei confronti della piattaforma di Zuckerberg e che ne ha leso l’immagine dal momento in cui gran parte della classe politica inglese e americana ha chiesto al suo amministratore di riferire pubblicamente. Così avvenne nell’aprile 2018, quando il CEO fu costretto a presentarsi per testimoniare presso il Congresso, l’organo legislativo federale degli USA. Un avvenimento che è passato alla storia in quanto ha evidenziato quanto sia importante la gestione dei dati personali degli utenti da parte di chi gestisce un social network, una piattaforma che vive sul seguente paradosso: un baricentro prettamente interno ma con possibili conseguenze e implicazioni esterne di dimensioni enormi.

Zuckerberg Congresso

Marck Zuckerberg al Congresso degli Stati Uniti (© Twitter)

La difficoltà nell’arginare le fake news su Facebook

In questi anni Facebook, dopo le scuse pubbliche di Zuckerberg, ha preso contromisure importanti circa la lotta alle fake news. Basti pensare che fino a qualche anno fa condividendo un link esterno ogni utente aveva la possibilità di cambiare il titolo dell’anteprima lasciando comunque il sito di riferimento con possibilità di creare dunque, ironicamente o con intento manipolatorio, delle notizie finte ad uso e consumo degli utenti. Negli ultimi mesi invece viene proposto perfino di verificare il dominio al sito internet di riferimento delle pagine Facebook che apparentemente costituiscono un media per l’algoritmo del social network.

Rimane però un problema fondamentale: la mera individuazione delle fake news. Ammesso ma non concesso che esista un confine chiaramente distinguibile tra ciò che corrisponde a realtà e ciò che è plausibile ma falso, rimane comunque il fatto che ad oggi un completo fact checking nel merito sia quasi impossibile visti i numeri enormi del social network. Certo, si è iniziato a lavorare sulle fonti di riferimento ma al giorno d’oggi esistono numerosi provider che forniscono domini “usa e getta” pronti ad essere utilizzati come contenitori di fake news. Aspetto che chiaramente non aiuta.

Lo “smart ban” di Twitter

Poche settimane fa Twitter, social network del CEO Jack Dorsey, ha deciso di porre una stretta importante alle fake news. Come ha deciso di comportarsi? Al fine di non essere giudicato come censore di tweet di personaggi pubblici eminenti ha deciso di non rimuovere i contenuti ma di “bollarli” con degli avvisi per i naviganti. Avvisi di fact checking che richiamano l’attenzione dell’utente con link eventualmente a pagine di spiegazione.

Così è accaduto, fra mille polemiche, a due tweet di Donald Trump, Presidente USA. Nel primo caso riguardo un suo post relativo al nesso causa-effetto tra i brogli elettorale e il voto via posta, nel secondo caso riguardo un video che mostrerebbe come la CNN abbia modificato un video per renderlo fuorviante nei suoi confronti (smentito pubblicamente dai fatti e con prove evidenti). Nel primo caso l’avviso utilizzato recitava «ecco i fatti sul voto per corrispondenza», con link ad articoli di Washington Post e CNN per dimostrare quanto le affermazioni fossero «infondate». Nel secondo invece, pubblicato nei giorni successivi alla morte di George Floyd per mano della polizia di Minneapolis, una avviso con su scritto «contenuto multimediale modificato».

Tweet Donald Trump

Una misura che ha evidenziato le differenti posizioni dunque tra il CEO di Facebook e quello di Twitter. «Credo fortemente che Facebook non debba essere l’arbitro della verità di tutto ciò che la gente dice online», ha dichiarato Zuckerberg, «in generale le società private probabilmente non dovrebbero essere nella posizione di farlo».  Trump dal canto suo ha dichiarato guerra ai social network sostenendo che fossero dunque politicizzati, dichiarando interventi alla Section 230 del Communications Decency Act, la quale protegge i provider da responsabilità penali e civili per i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme. In riferimento a ciò questo è stato il pensiero del CEO di Facebook:

Bisogna prima capire che cosa intenda fare. Tuttavia, in linea generale, non mi sembra una giusta reazione da parte del governo censurare una piattaforma perché si è preoccupati della censura.

Mark Zuckerberg

Come si comportano le altre piattaforme?

La piattaforma un po’ più nell’occhio del ciclone è sicuramente YouTube. Il social network di Susan Wojcicki, suo CEO, è infatti accusato da parecchio tempo di non muoversi a sufficienza nei confronti di video virali creati ad arte per diffondere fake news e teoria del complotto, per esempio in campo medico, scientifico e politico. Misure sicuramente non facili da attuare per una piattaforma che, a differenza delle altre, ospita contenuti video e dunque non facilmente valutabili e interpretabili da strumenti di intelligenza artificiale. Iniziano invece a prendere misure sia Reddit sia Twitch, rispettivamente piattaforma di forum e social news la prima, mentre la seconda costituisce una piattaforma inizialmente di game streaming con attualmente un’utilizzo più popolare dopo l’acquisizione da parte di Amazon. Entrambi i social network hanno infatti iniziato a bannare forum ed oscurare canali in caso di reiterate fake news o incitamento all’odio.

Passi avanti verso il futuro

Il caso Cambridge Analytica ha dunque evidenziato quanto i social network possano diventare uno strumento pericoloso di manipolazione delle masse più vulnerabili dal punto di vista culturale. Un aspetto importante che però non può tuttavia far dimenticare quanto queste piattaforme costituiscano potenzialmente la più grande invenzione della storia dell’umanità, in quanto in grado di avvicinare le persone, permettono di condividere la conoscenza e di informarsi su quanto succeda nel mondo.

È essenziale dunque che queste piattaforme stiano iniziando a prendere seri provvedimenti nei confronti della diffusione di fake news, seppur ognuna delle quali con la sua policy. Se nel futuro spesso questa gestione sarà delegata all’intelligenza artificiale sarà dunque importante trovare un equilibrio tra il suo progresso e una libertà di parola che dovrà comunque essere garantita. Primi importanti passi dunque nella direzione di un ambiente sempre meno nocivo sul web.

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