George Floyd sarà il simbolo di un vero rinnovamento culturale?

By 18 Giugno 2020 Attualità, Società
George Floyd, uno scatto dopo le proteste delmovimento Black Lives Matter

È passato ormai quasi un mese dalla morte di George Floyd, uomo di 46 anni afroamericano morto a Minneapolis per mano della polizia locale durante il suo arresto. Un avvenimento che ha colpito gli USA e la cui eco si è poi rapidamente diffusa in tutto il mondo, generando una serie di proteste internazionali per la rivendicazione dei diritti degli afroamericani. Marce, pubbliche prese di posizione ed endorsement che hanno coinvolto non solamente tale comunità americana ma che sono state abbracciate da grandi masse di cittadini, scesi in piazza per sostenere le proteste.

Come si è arrivati alla morte di George Floyd?

Tutto comincia a Minneapolis quando l’uomo, natio di Houston, in Texas, si accingeva a tornare in macchina dopo aver comprato della merce in un negozio. Il commesso, convinto che la banconota utilizzata fosse falsa, decise di chiedere a George Floyd di restituire la merce ma i due non arrivarono ad un accordo. Il dipendente del negozio chiamò così la polizia e due agenti, poi raggiunti da altri due uomini delle forze armate, si avvicinarono alla macchina del 46enne, intimandogli di scendere. Dopo un leggero diverbio il texano venne fatto scendere dalla macchina e immobilizzato con la knee-to-neck-move, una tecnica discretamente pericolosa utilizzata per immobilizzare i sospetti posizionando le ginocchia sul loro collo con faccia a terra.

In quel momento comincia l’agonia di George Floyd, il quale più volte chiede di essere liberato in quanto in difficoltà a respirare rimanendo però per ben 8 minuti e 46 secondi immobilizzato. Alcuni passanti scattano foto e girano video che poi diventeranno virali sul web. L’immagine che più colpisce l’opinione pubblica è quella del poliziotto autore della presa sul collo, Derek Michael Chauvin, il quale con sguardo quasi impassibile e con la mano in tasca continua a premere sul collo dell’uomo senza porsi alcun tipo di problema. Il tutto con un collega al suo fianco e, come si scoprirà grazie ad altri filmati, insieme ad altri due colleghi posti dietro la macchina della volante. Chiamata la un’ambulanza l’uomo venne portato all’Hennepin County Medical Center, dove venne dichiarata la sua morte.

Le due autopsie su George Floyd e l’intensificarsi delle proteste

Un evento, quello che ha reso protagonista George Floyd, che ha subito innescato una forte rivendicazione sociale da parte dapprima della comunità afroamericana di Minneapolis, diffusasi poi a macchia d’olio in tutti gli USA e in tutto il mondo. Una situazione che si è amplificata quando l’autopsia ufficiale esclude la morte per asfissia, affermando che essa sarebbe avvenuta a causa di «effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, delle sue patologie pregresse e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo hanno probabilmente contribuito alla sua morte». Il tutto poi smentito dall’autopsia indipendente richiesta dalla famiglia, la quale invece certificherà la morte per asfissia.

L’esito della prima autopsia, quella istituzionale, fece letteralmente infiammare gli animi dei manifestanti. La maggior parte delle proteste è rimasta compatta e pacifica in numerosissime città americane. A Santa Cruz, in California, il Dipartimento di Polizia è sceso perfino in piazza con i manifestanti «in memoria di George Floyd e per portare attenzione sulla violenza della polizia nei confronti degli afroamericani». Gesto replicato da altre forze dell’arma nel Paese, nel quale continua a riecheggiare il motto «black lives matter», ovvero «le vite degli afroamericani contano».

George Floyd. Dipartimento di Polizia di Santa Cruz in piazza con i manifestanti

Dipartimento di Polizia di Santa Cruz in piazza con i manifestanti (Twitter: @SantaCruzPolice)

Le proteste, seppur largamente pacifiche, hanno presentato situazioni di stress. Pur con il sospetto, riportato dai media americani, di infiltrazione da parte di suprematisti bianchi e di frange dell’estrema destra, a New York per esempio sono andati in scena saccheggi a negozi e strutture di grandi catene internazionali. L’attenzione posta su questi casi ha portato Donald Trump a definire il tutto come «terrorismo domestico» ed a minacciare di far scendere in piazza l’esercito per far tornare l’ordine nelle città, ritirando poi in seguito questa iniziativa. Nei giorni seguenti sarà Barack Obama a prendere la parola, affermando che «basta aprire gli occhi per sapere che la storia razziale di questo Paese getta ancora un’ombra lunga su di noi». Particolarmente simbolico il discorso dell’attivista Tamika Mallory:

Non parlateci dei saccheggi. Voi avete saccheggiato i neri. Voi avete saccheggiato i nativi americani quando siete venuti qui per la prima volta. Voi saccheggiate e l’abbiamo imparato da voi. Abbiamo imparato la violenza da voi. Se ci chiedete di migliorare allora prima migliorate voi.

Tanti eventi chiave ma un problema mai risolto

Seppur la Tratta degli schiavi sia stata effettivamente abolita dal Congresso americano nel 1807, quello che riguarda l’uguaglianza dei diritti tra bianchi e afroamericani è un conflitto con cui gli USA non hanno mai effettivamente fatto i conti, se non a fasi alterne. Sparito ufficialmente, l’eco delle organizzazioni che si identificavano nel Ku Klux Klan continua tuttavia a riecheggiare in certi angoli d’America. Un virus, quello del razzismo, che non è mai stato debellato completamente né in USA né in nel resto dell’Occidente. Si parla così della lotta non violenta di Mahatma Gandhi in India e della lotta all’Apartheid di Nelson Mandela in Sudafrica per citare due degli esponenti più celebri delle rivendicazioni popolari avvenute nel Novecento. Passando ovviamente per l’americano Martin Luther King, autore del celebre discorso del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington:

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene.

 

Un problema, come detto, mai risolto negli scorsi decenni nonostante i segnali positivi della presidenza Obama, come evidenziato da numerosi dati. Secondo il report “Demographic Differences Sentencing” della Sentencing Commission degli USA, gli afroamericani hanno il 20% in più di possibilità di finire in carcere rispetto ai bianchi e con una media del 19% in più di lunghezza della pena a parità di reato. Oppure ancora, secondo un report del 2018 del Prison Policy Initiative, la comunità afroamericana avrebbe maggiore probabilità di essere fermata dalla polizia ad un posto di blocco e statisticamente un sospetto afroamericano su venti subirebbe minacce o l’uso della forza da parte della polizia. Uno su cinquanta invece il rapporto riguardante i bianchi americani.

Dai bersagli umani ai bersagli simbolici

La morte di George Floyd non ha solamente innescato le proteste della comunità afroamericana, bensì ha innescato un processo di revisionismo storico e culturale di ambiti che non sono mai stati messi in discussione negli ultimi decenni. In America così come in Europa gli attivisti stanno iniziando infatti a chiedere la rimozione statue raffiguranti figure chiave del colonialismo con cui l’Occidente sta realizzando di non aver mai fatto i conti.

La figura chiave in questo contesto è quella di Leopoldo II, Re dei Belgi dal 1895 al 1909. Durante il suo regno, uno dei più importanti della storia del Paese, il sovrano possedeva personalmente il Regno del Congo. Oltre ad aver “saccheggiato” le ricchezze della terra africana la sua politica portò anche alla morte di circa 10 milioni di lavoratori congolesi. Aspetto che l’ha quindi reso bersaglio del movimento internazionale Black Lives Matter, alcuni dei cui attivisti hanno prima vandalizzato la statua e poi ottenuto la sua rimozione da parte delle autorità.

George Floyd. Rimozione della statua di Leopoldo II in Belgio

Rimozione della statua di Leopoldo II in Belgio (© Twitter)

Che il mondo stia finalmente cambiando?

Solo il tempo potrà dirci se George Floyd verrà ricordato come colui che, con la sua morte, ha permesso all’umanità di migliorarsi rivendendo parametri mai messi in discussione prima. Rimane il fatto che questo avvenimento sia riuscito comunque a scuotere l’opinione pubblica come pochi altri, raggiungendo in poche ore un’eco mediatica eccezionale grazie ai social network. Il tutto per combattere un problema, quello del razzismo, che ci coinvolge tutti.

Quali risultati sono stati ottenuti dal movimento Black Lives Matter fin qui? In primis giustizia per George Floyd in quanto le accuse mosse da Keith Ellison, Procuratore Generale del Minnesota, sono state rafforzate per tutti e quattro i poliziotti, che nel frattempo sono stati ovviamente licenziati: da omicidio colposo a omicidio volontario e fino a 40 anni di carcere per Chauvin, accuse concorso in omicidio per gli altri tre poliziotti. È stata inoltre finalmente messa in discussione la knee-to-neck-move, divenuta tristemente celebre a causa della morte di George Floyd.

Ma qualcosa si muove anche in Europa. È di questi giorni la decisione di Sadiq Khan, sindaco di Londra, di istituire una commissione per valutare quali statue presenti nella città sarebbe giusto rivalutare a causa della loro storia personale, sia pubblica che privata. Un dibattito pubblico, quello inglese, che sarà sicuramente interessante anche in virtù della presenza della monarchia inglese, non esattamente esente da colpe nei secoli scorsi in epoca coloniale.

È nato così il movimento Black Lives Matter, con un occhio al passato in memoria di George Floyd ma con lo sguardo al futuro. Un movimento intergenerazionale in cui i giovani sono comunque risultati protagonisti. Ma, aspetto ancor più importante, un movimento totalmente di egualitarismo internazionale.

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