Quando i cambiamenti innescati dalla pandemia portano nuovi sviluppi: le nuove frontiere di Erasmus plus. Più inclusivo, digitale ed ecologico.

Nel corso del tempo, il progetto Erasmus (acronimo che sta per “European Region Action Scheme for the Mobility of University Students“) ha consolidato il suo successo come il più longevo e conosciuto programma dell’Unione Europea, nato per sostenere la mobilità degli studenti all’estero. L’origine del nome si ispira ad Erasmo da Rotterdam: umanista e teologo olandese del XV secolo, ricordato per i numerosi viaggi nel territorio europeo. Noto era anche il suo sogno: “un’umanità unita da radici culturali comuni”. Non è dunque un caso che l’UE abbia scelto la sua figura per simboleggiare una comunione intellettuale che valica i confini nazionali. Dal 1987 ad oggi: qual è il segreto del suo successo?

Come è nato il progetto Erasmus (e come è cresciuto negli anni)

La “Mamma Erasmus” ideatrice del progetto è l’italiana Sofia Corradi, pedagogista. L’iniziativa si concretizzò grazie all’associazione studentesca EGEE, (oggi AEGEE), fondata da Frank Banchieri, divenuto presidente del movimento trans-europeo Newropeans. La collaborazione instaurata fra l’AEGEE e la Commissione europea portò all’approvazione, nel 1987, del progetto Erasmus, che nel 2014 ha aggiunto al suo nome l’etichetta plus, per indicare l’ampliamento in tutti i settori dell’istruzione e della formazione giovanile, compresa la cooperazione sulla politica giovanile e la partecipazione allo sport. Nel giugno 1987, 3244 studenti universitari vissero la prima esperienza di tale iniziativa. Nel tempo, il progetto ha subito un’evoluzione non indifferente. Se difatti, inizialmente esso permetteva agli universitari di intraprendere un periodo di studio in un’Università di altri Paesi membri dell’UE, oggi i confini sono notevolmente ampliati.  Inizialmente erano coinvolti solo 11 Paesi, che poi sono diventati 33 (28 membri UE e 5 Extra-UE). Nella totalità, ad oggi, fanno parte del progetto un centinaio di Paesi.

Il nuovo progetto in emergenza Covid-19: digitalizzazione ed ecologia

La Commissione europea ha accolto con estremo successo il nuovo programma Erasmus+ 2021-2027 Nel 2014-20 i fondi destinati al programma ammontavano a 14.774 miliardi di euro; il nuovo progetto, che copre i sette anni a venire, vede un raddoppiamento dei finanziamenti: 26,2 miliardi, compresi 2,2 miliardi provenienti dagli strumenti di finanziamento esterno dell’Ue. L’obiettivo della Commissione è rendere il programma non solo più inclusivo, ma anche maggiormente digitale e green.  Innanzitutto il programma mira a :

  •  sviluppare il potenziale delle tecnologie per l’apprendimento favorendo l’utilizzo di strumenti digitali. Il nuovo progetto prevede anche una piattaforma online per incentivare l’apprendimento delle lingue; una novità è  l’“Erasmus+ App”, l’applicazione che supporterà globalmente gli studenti nel loro percorso e che punta a digitalizzare l’intera mobilitazione, eliminando i documenti cartacei.
  • Per ridurre l’impatto climatico, il programma adotta un approccio environmental-friendly, garantendo aiuto pratico ed economico a coloro che scelgono volontariamente di mobilitarsi con trasporti a basso impatto ambientale. 

La battaglia per una maggior inclusività

Con più di 10 milioni di partecipanti da oltre 30 anni di esistenza, il progetto Erasmus plus è simbolo di un Unione Europea sempre più globalizzata. Una costruzione così di successo vede, ad oggi, una priorità tra tutte da raggiungere, nelle sfide proposte nei prossimi sette anni: l’inclusività. Non è sufficiente sfruttare le risorse economico, incrementando il numero dei partecipanti; è invece necessario tutelare chi ha maggiori difficoltà nell’aderire al progetto. L’attenzione principale viene rivolta ai giovani che sono stati colpiti a pieno dalle conseguenze economiche dell’epidemia in corso.  Il progetto mira dunque ad aumentare le opportunità di adesione di chi parte da una situazione socio-economica svantaggiata: persone con disabilità; soggetti con problemi di salute fisica e mentale; coloro che abbandono gli studi; i NEET; migranti e minoranze etniche; soggetti che provengono da situazioni rurali e di periferia.

Altra novità è la modalità “blended”, in cui si alterna didattica in presenza a quella online, formula che nasce in sostegno di chi è impossibilitato a spostarsi per motivi socio-economici. Dovrà comunque essere presente un’esperienza, seppur breve, all’estero come quella incentivata da DiscoverEU.

Spazio europeo dell’istruzione

Uno degli obiettivi primari è quello di sostenere la partecipazione dei giovani cittadini ai processi politici, sviluppando senso di appartenenza alla comunità europea e identità politica. Per raggiungere questo traguardo, entro il 2025, la Commissione europea promuove più iniziative, investimenti e collaborazione fra gli Stati europei, affinché si possa usufruire della ricca offerta didattica dell’Unione Europea. Lo spazio europeo dell’istruzione si articola in sei dimensioni: qualità; inclusione e parità di genere; transizioni verde e digitale; insegnanti, istruzione superiore e un’Europa più consolidata. La volontà principale è quella di considerare “normale” l’opportunità di studio all’estero. Non più un plus o un’abilità straordinaria: conoscere e comprendere due lingue, al di là di quella madre, potrà un giorno essere competenza di tutti, a partire ad oggi, dalle nuove generazioni. Solo così si potrà arrivare alla piena consapevolezza della propria identità politica e culturale: non più cittadini singoli, ma cittadini del mondo.

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