La crisi climatica, gli strascichi della pandemia e lo scoppio di un conflitto alle porte dell’Europa hanno avuto un impatto rilevante sull’agricoltura e sulla filiera agroalimentare mondiale, contribuendo a riposizionarle al centro dell’interesse pubblico e delle agende politiche. Negli ultimi anni il settore si è evoluto radicalmente e, al momento, si trova a dover affrontare alcune sfide globali. La più importante consiste nel capire come riuscire a sfamare una popolazione in rapida crescita, senza intaccare le risorse a nostra disposizione e la salute del pianeta.

Come si è evoluta l’agricoltura mondiale negli ultimi anni?

Secondo le stime della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, tra il 2000 e il 2020, il valore aggiunto globale generato da agricoltura, silvicoltura e pesca (ossia l’incremento di valore nella produzione e nella distribuzione di beni e servizi all’interno di questi settori) è cresciuto del 78% in termini reali, raggiungendo i 3,6 trilioni di dollari nel 2020.

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Ciò nonostante, nello stesso periodo, il numero di persone che lavorano in agricoltura, silvicoltura e pesca è diminuito: nel 2020 c’erano 866 milioni di persone impiegate in questi settori, 177 milioni in meno rispetto all’inizio del secolo.

La produzione mondiale di colture primarie, cereali, colture zuccherine e colture oleaginose, è aumentata comunque del 52% nel periodo preso in esame, raggiungendo una produzione di 9,3 miliardi di tonnellate, con un incremento di 3,2 miliardi. La crescita della produzione è per lo più attribuibile a una combinazione di fattori, tra cui il ricorso a sistemi di irrigazione più efficienti, a pesticidi e fertilizzanti, a un aumento delle aree coltivate, all’introduzione di pratiche agricole più efficaci e all’uso di colture ad alta resa.

Anche la produzione mondiale di carne è aumentata, raggiungendo i 337 milioni di tonnellate nel solo 2020, con un aumento del 45% rispetto al 2000.

Le problematiche dell’agricoltura nel mondo

Sebbene la produzione agricola sia cresciuta nell’ultimo ventennio, nel 2021 quasi il 10% della popolazione mondiale ha sofferto la fame e 924 milioni di persone sono state esposte a una situazione di grave insicurezza alimentare. Un dato che stride con le rilevazioni del 2016, che registravano come il 13,1% della popolazione adulta mondiale soffrisse di obesità.

Nonostante le donne impiegate nel settore agricolo rappresentino il 37,1% del totale, con picchi che superano ampiamente il 50% in Africa e Asia, le loro condizioni, rispetto ai loro omologhi uomini, sono nettamente inferiori. In generale è più probabile che le donne svolgano ruoli faticosi, spesso considerati secondari, e che, oltre a questi, siano responsabili delle maggior parte delle attività casalinghe quotidiane. Inoltre molte di esse godono di meno diritti rispetto alle loro controparti maschili e sono spesso sottorappresentate nelle organizzazioni contadine.

In pochi Paesi è concentrata la quasi totalità delle colture e della produzione mondiale di carne. Nel 2020 il Brasile rappresentava il 40% della produzione mondiale di canna da zucchero, gli Stati Uniti il 31% della produzione mondiale di mais e la Cina il 25% della produzione mondiale di riso e patate. Sempre la Cina produceva da sola il 38% della carne suina mondiale (sebbene ne destinasse gran parte ad uso interno), mentre gli Stati Uniti producevano il 18% della carne di pollo e di bovino. Questa concentrazione, però, in base all’andamento dei mercati e alla situazione geopolitica mondiale, può avere un forte impatto sui prezzi e sulla disponibilità di questi prodotti.

L’agricoltura infine, risente in maniera massiccia dei cambiamenti climatici e contribuisce in modo significativo alle emissioni  di gas ad effetto serra: nel 2020 le emissioni totali del settore ammontavano a 10,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

Così l’agricoltura risponde alle sfide globali

Negli ultimi anni, nel settore agricolo, si sono affermate alcune pratiche. Un aspetto visibile degli sforzi per renderlo più sostenibile è il ricorso all’agricoltura biologica e all’agroecologia, due approcci che si caratterizzano per il rifiuto dei fertilizzanti e dei pesticidi sintetici. Nel 2020, nel mondo, la superficie agricola certificata come biologica o in conversione al biologico era di 75 milioni di ettari, un’estensione pari quasi a quella dell’Europa occidentale.

L’agroecologia, invece, promossa a livello internazionale da organizzazioni come Slow Food e Via Campesina, non solo non prevede il ricorso alla chimica di sintesi, ma promuove l’utilizzo circolare delle risorse e la cosiddetta biodiversità funzionale, ossia la creazione di habitat in cui le diverse forme di vita si stimolano a vicenda per rafforzare il sistema immunitario dei settori agricoli.

Infine, grazie ai traguardi raggiunti dalla ricerca scientifica, ha preso piede l’automazione di alcuni processi allevativi, tra cui la distribuzione di mangime e la mungitura. Oppure, attraverso il sistema satellitare globale di navigazione, sono state automatizzate alcune fasi della produzione agricola, come lo spargimento di concime, l’irrorazione e il monitoraggio delle colture e delle piogge. Come riporta la FAO, l’automazione può svolgere un ruolo importante per ridurre l’insicurezza alimentare, ma va implementata in modo che non aggravi le diseguaglianze, che non impatti sulla mano d’opera e che non favorisca l’erosione di suolo e la diffusione di monocolture.

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Marzio Fait

Marzio Fait. Mi occupo di comunicazione per il non-profit. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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