Ieri, 14 maggio, la Turchia si è recata alle urne per votare il prossimo Presidente della Repubblica, in un appuntamento elettorale che molti analisti considerano come uno dei più importanti nella storia recente del Paese. Non solo perché quest’anno cade il centenario della Repubblica, ma soprattutto perché gli esiti delle elezioni ne determineranno il prossimo futuro.

Negli ultimi anni, con l’inasprimento delle misure adottate da Presidente Recep Tayyip Erdoğan, quel corpus di principi su cui la Turchia moderna era stata fondata, separazione dei poteri, stato di diritto, secolarismo, sembrano aver perso forza.

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Come riporta Soli Özel su ISPI, la vittoria dell’AKP permetterebbe a quello che l’autore chiama il sistema presidenziale sultanista” di continuare a plasmare l’operato della Turchia, sia internamente che esternamente. D’altro canto, un’eventuale vittoria dell’opposizione, guidata da Kemal Kilicdaroglu, potrebbe favorire il ritorno a un sistema parlamentare “rafforzato”, maggiormente in linea con i principi su cui era stata fondata la Repubblica turca nel 1923.

La situazione interna della Turchia

La Turchia sta vivendo un momento particolare: deve affrontare le conseguenze del terremoto devastante che a febbraio ha colpito le province meridionali del Paese (e la Siria) e confrontarsi con un’economia allo sbando, contraddistinta da un’inflazione molto alta, una moneta ai minimi storici e conti pubblici insostenibili. Una situazione aggravata dalla crescente polarizzazione tra le forze politiche e da notevoli tensioni sociali.

Il terremoto del 6 febbraio ha avuto un impatto terribile sulla Turchia, sia in termini di costi umanitari che economici: le vittime accertate sono quasi sessantamila, mentre gli sfollati avrebbero superato i tre milioni. I costi economici, invece, ammonterebbero a 103,6 miliardi di dollari, quasi il 9% del Pil turco per il 2023.

Inevitabilmente le conseguenze del sisma si sommano a un contesto economico contraddistinto da numerose fragilità.

Al momento l’inflazione, ossia l’aumento generale del livello dei prezzi, ha raggiunto livelli molto alti e si assesterebbe tra il 40% e il 50%. Poiché i prezzi aumentano più velocemente dell’aumento dei salari, la popolazione turca è sempre più impoverita e per questo motivo il governo ha cominciato a rispondere con alcune misure popolari ma dall’effetto temporaneo, come l’erogazione di sussidi, l’aumento delle pensioni minime e la riduzione dell’età pensionabile.

Allo stesso tempo, per preservare e favorire la crescita economica del Paese (nel 2022 il PIL è cresciuto del 5,6%) il governo turco si sta adoperando per mantenere i tassi di interesse su livelli molto bassi, anche a costo di far raddoppiare i prezzi.

Questo, però, per quanto possa contribuire alla crescita economica del Paese, sta avendo dei costi sociali molto alti, che si sommano alle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo negli ultimi anni. In tutto il Paese, infatti, proseguono le discriminazioni nei confronti delle minoranze e dei difensori dei diritti umani, ma anche le persecuzioni nei confronti degli oppositori del governo, che negli ultimi anni ha limitato molto il diritto di riunione pacifica e di libertà d’espressione.

La Turchia sullo scacchiere internazionale

Gli aiuti internazionali attivati dalla comunità internazionale dopo il sisma di febbraio hanno permesso ad Ankara di reinstaurare un dialogo con alcuni paesi con cui portava avanti relazioni diplomatiche complicate.

Turchia e Grecia, che negli anni si sono scontrate sulla questione cipriota e sullo sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque contese del Mediterraneo orientale, hanno avviato un dialogo per promuovere la cooperazione bilaterale in diversi settori, tra cui turismo, energia, trasporti e ambiente. I due paesi, poi si sono ripromessi di sostenersi a vicenda nelle sedi istituzionali internazionali: la Turchia appoggerà la candidatura della Grecia per un seggio non permanente al Consiglio di sicurezza ONU, mentre Atene sosterrà Ankara per il segretariato generale dell’Organizzazione marittima internazionale.

Il 10 maggio scorso, poi, Siria e Turchia si sono incontrate a Mosca dopo dieci anni di silenzio. Ankara, che ha appoggiato alcuni gruppi di ribelli siriani che volevano rovesciare Assad, vorrebbe trovare una soluzione condivisa ai problemi migratori e alla questione del popolo curdo, che il governo turco considera una minaccia terroristica.

La Turchia è un attore fondamentale nello scacchiere occidentale. Dall'esito delle elezioni dipenderà il posizionamento del Paese all'interno della NATO e la situazione dell'Alleanza.

Erdogan a colloquio con il Presidente Sanchez durante un summit NATO a Madrid.

La questione curda è anche una delle ragioni che sta rallentando l’adesione alla NATO della Svezia, rea di non aver mai soddisfatto le richieste turche di estradizione per alcuni rifugiati curdi e di non aver mai negato il sostegno alle autorità-curdo siriane del Rojava.

La Turchia è al momento l’organizzazione militare della NATO più numerosa dopo gli Stati Uniti, ma negli ultimi anni si è contraddistinta per una condotta ambigua: Erdoğan non ha mai nascosto la propria amicizia nei confronti di Putin e recentemente il suo ministro degli Esteri ha ricevuto l’omologo russo Sergej Lavrov. Ciò nonostante anche per questioni di immagine, il Presidente turco si è adoperato per favorire il dialogo e sbloccare lo stallo del grano.

Proprio da chi vincerà le prossime elezioni in Turchia dipenderà il posizionamento di Ankara nell’Alleanza Atlantica.

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Marzio Fait

Marzio Fait. Mi occupo di comunicazione per il non-profit. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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