Negli ultimi anni, l’atletica leggera italiana si sta distinguendo per rendimento e risultati in forte crescita. Dalle zero medaglie dei Mondiali del 2015 e delle Olimpiadi di Rio, siamo passati alle cinque incredibili vittorie a Tokyo nel 2021 e le quattro le vittorie con un oro, un bronzo e due argenti ai Mondiali di Budapest appena conclusi. Queste ultime medaglie sono arrivate rispettivamente dal salto in alto, la marcia, la staffetta 4×100 maschile e il getto del peso. A questo si sommano molti nuovi record italiani e accessi alle fasi finali in diverse discipline.

A coronare questi risultati, secondo le statistiche fornite dalla Federazione Italiana Atletica Leggera (FIDAL), c’è stata una crescita costante nel numero di tesserati Con un picco nel 2021, rinominato “effetto Tokyo”. Se nel 2020 complice anche la pandemia gli iscritti erano quasi 89mila, nel 2021 sono saliti di 38 mila unità per poi aumentare ancora nel 2022 arrivando a 244 mila.

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A questo punto è interessante chiedersi a cosa sia dovuto questa fase positiva del atletica leggera in Italia e se ci sono stati investimenti precisi, scelte tecniche o politiche di un certo tipo che lo hanno favorito. Ricordando che, come ci dice, Giovanni Galbieri – sprinter élite italiano e oro agli Europei under 23 di Tallinn nel 2015 e bronzo ai Mondiali under 18 – «per considerare la crescita di un movimento ci vogliono minimo uno o due decenni».

La tecnologia come supporto

La crescita dell’atletica leggera italiana non può essere frutto del caso, ma è stata particolarmente supportata da fattori esterni di tipo tecnologico. Secondo Riccardo Vantini – presidente e allenatore della società bolzanina C.S.S. Leonardo da Vinci – molti dei record italiani infranti negli ultimi anni sono «”figli” della scienza che ha permesso di avere, ad esempio, delle piste progettate per esaltare le prestazioni degli atleti – utilizzando un doppio strato di materiale sotto al quale si nascondono alveoli pieni d’aria pronti per restituire l’energia cinetica impressa».

La seconda tecnologia che supporta il movimento è quella che permette l’interconnessione, soprattutto attraverso i social network. Questi, infatti, come sottolinea Galbieri, permettono agli atleti più giovani «di vedere cosa fanno i campioni, come si allenano, come vivono, le loro routine e i loro “segreti”, dando uno stimolo in più a chi si approccia con lo spirito del sognatore e che vuole più di ogni altra cosa emulare i propri idoli». Tutto ciò aiuta anche da un punto di vista tecnico con gli allenatori che avendo a disposizione molte più risorse, nozioni e possibilità di confronto stanno dimostrando «una mentalità versatile e aperta».

La mancanza di investimenti

Tecnologie di ultima generazione, interconnessione, visibilità e scambi stanno portando ad un livello più alto l’atletica leggera in Italia. A questo si aggiunge un gruppo di personaggi con molto talento che sta facendo la differenza a livello mondiale. La relazione tra il successo di questi e il movimento in generale, ci dice Galbieri «è reale, ma ciclico.» In altre parole quindi, se è vero che ciclicamente possano esplodere talenti del calibro di Tamberi, è altrettanto vero che per creare un movimento serve supportare la passione e il talento – che ci hanno portato fino a qua – attraverso un sistema lungimirante basato su finanziamenti ai settori giovanili e all’area tecnica.

Diverse voci dall’interno tendono a sottolineare che forse questa è la parte più carente nell’atletica leggera in Italia ad oggi. Ci ricorda Galbieri, che dopo Tokyo si è preferito puntare sugli atleti d’élite, cavalcando la visibilità e l’onda lunga dei loro successi anche un po’ allo scopo di «dire di aver contribuito al successo.» Contemporaneamente, però, sottolinea Vantini, la Federazione ha fatto pochissimo per supportare le piccole società che lavorano con bambini e adolescenti.  «Qui i costi sono sempre più alti e la partecipazione ai campionati italiani sempre più dispendiosa ma tutti i grandi atleti sono stati bambini e sono passati per le società come la mia, perciò gli investimenti dovrebbero partire proprio da noi, dalle radici.» Discorso analogo vale anche per il settore tecnico che è costretto a dedicarsi all’atletica solo finito il proprio turno di lavoro, perché «in Italia vivere da allenatore è pressoché impossibile». 

In conclusione, sembra che gli elementi che stanno rendendo possibile lo sviluppo dell’atletica leggera italiana provengano da fattori sociali esterni come la tecnologia e dalla passione che supporta quei talenti che ciclicamente emergono. Il salto di qualità sarebbe quindi quello di iniziare ad investire per immaginare un futuro che sia finalmente costruito e non “capitato.”

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Camilla Valerio

Mi piace scrivere di diritti, sport, attualità e questioni di genere. Collaboro con il Corriere del Mezzogiorno e scrivo per BuoneNotizie.it grazie al progetto formativo realizzato dall'Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

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