Durante le elezioni USA del 2024 gli Americani hanno rieletto Donald Trump come 47° Presidente degli Stati Uniti, al suo secondo mandato dopo quello del 2017-2021, a cui seguì la presidenza di Joe Biden. Contrariamente alle previsioni iniziali, che prefiguravano uno spoglio elettorale più lungo e incerto, il tycoon newyorchese ha superato con facilità la soglia dei 270 “grandi elettori” necessaria per diventare Presidente, superando l’avversaria democratica Kamala Harris.
La sua vittoria, insieme alla conquista della maggioranza in Senato da parte del Partito repubblicano, si verifica in una fase storica delicata della politica mondiale, caratterizzata da sfide stringenti. Per questo, l’attenzione di ogni Paese è ora rivolta alle decisioni che vorrà prendere la nuova amministrazione USA.
La questione della guerra in Ucraina dopo le ultime elezioni USA
Per quanto concerne la politica estera, una questione assai rilevante sarà il modo in cui l’amministrazione di Trump sceglierà di gestire il conflitto russo-ucraino. Bisogna infatti ricordare che lo sforzo bellico dell’Ucraina poggia in gran parte sulla cooperazione con gli USA, oltre che sugli Stati occidentali. Trump, per contro, afferma che l’Europa dovrebbe farsi carico degli oneri maggiori nel sostenere il governo di Kiev.
Tra le ipotesi ventilate dallo staff del neopresidente c’è quella di raggiungere un accordo di “cessate il fuoco”, dopo il quale si potrebbe cominciare a parlare di pace. Tuttavia, tale scenario porterebbe inevitabilmente a delle cessioni territoriali in favore della Russia.
Un’altra ipotesi prevede che gli Stati Uniti continuino a sostenere l’Ucraina, ma stabilendo delle condizioni: ad esempio, erogando i fondi sotto forma di prestiti anziché di donazioni. In ogni caso, bisognerà vedere fino a che punto gli USA saranno disposti a “disimpegnarsi” dalla guerra.
I conflitti in Medio Oriente e l’incognita degli Accordi di Abramo
Un’altra sfida che attende Trump è la situazione in Medio Oriente, con i suoi conflitti in corso, aggravati dal riaccendersi di quello israelo-palestinese, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. Durante la sua prima presidenza, il tycoon ha prestato molta attenzione alle relazioni tra Israele e il mondo arabo. Nel 2020, infatti, ha reso possibili i cosiddetti “Accordi di Abramo”, consistenti nella normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.
Il neopresidente, dunque, dovrà decidere se sia opportuno riprendere la strada degli Accordi, che potrebbe portare a uno storico avvicinamento fra lo Stato ebraico e l’Arabia Saudita. L’obiettivo sarebbe rafforzare l’alleanza tra il mondo sunnita e Israele, così da contrastare l’influenza di gruppi sostenuti dall’Iran come Hamas e Hezbollah. Per il momento, ci si può solo augurare che la nuova amministrazione faccia uscire il conflitto dall’attuale situazione di stallo.
Infatti, bisogna ricordare che Trump risulta essere, dal 1945, il primo Presidente USA a non aver mai dato avvio a una guerra (escludendo le azioni militari da lui avallate nell’ambito di conflitti che non aveva iniziato). La sua campagna elettorale, in effetti, si è incentrata anche sulla promessa di far terminare tutte le guerre in atto. Solo il futuro ci dirà se questo suo primato riuscirà a restare intatto nei prossimi quattro anni.
La centralità della politica interna nel programma di Trump
Sul piano della politica interna, Trump ha espresso la volontà di proteggere i produttori statunitensi. A tale scopo, egli intende applicare dazi del 10-20% su gran parte delle merci importate. Per ovviare al problema, la Banca centrale europea ha proposto una strategia per convincerlo a intavolare una trattativa vantaggiosa per gli USA e la UE. Essa contempla un incremento degli acquisti, da parte dell’Europa, di alcuni beni prodotti negli Stati Uniti: ad esempio il gas e gli strumenti per la difesa.
In passato, gli avversari di Trump hanno attribuito al neopresidente un limitato interesse per i temi ecologici. Tuttavia, è bene ricordare che gli USA sono già a metà strada rispetto all’obiettivo di ridurre, entro il 2025, le emissioni di CO2. Nonostante l’uscita dagli Accordi di Parigi voluta da Trump durante il precedente mandato è un traguardo da cui è improbabile che la Nazione si allontani, indipendentemente da chi la amministra.