Per molti dei 117,8 milioni di sfollati e rifugiati nel mondo, la disinformazione online è diventata un ostacolo concreto all’accesso ai servizi di protezione: voci false, accuse infondate, deepfake e hate speech limitano le possibilità di chi fugge, alimentano tensioni e mettono a rischio gli operatori umanitari sul campo. Il fatto che questi contenuti provengano da fonti eterogenee e difficilmente tracciabili rende ancora più complesso contrastarne la diffusione.
La buona notizia arriva dal palco dell’AI for Good Global Summit, il vertice internazionale sull’intelligenza artificiale organizzato dalle Nazioni Unite a Ginevra il 7 luglio 2026: l’UNHCR, l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, ha presentato dati e proposte concrete per affrontare il problema.
L’intelligenza artificiale, se gestita nel modo giusto, può essere parte della soluzione e non il fulcro del problema.
La disinformazione come arma contro i rifugiati
Disinformazione, hate speech (incitamento all’odio) e deepfake (video falsi generati con l’intelligenza artificiale) stanno aggravando e alimentando danni reali nei confronti di rifugiati e operatori umanitari, secondo quanto dichiarato da Gisella Lomax, consulente senior dell’UNHCR per l’integrità dell’informazione.
In Libia, un’ondata di hate speech e disinformazione ha istigato violenze contro i rifugiati e messo in pericolo il personale umanitario a causa della pubblicazione online delle coordinate GPS degli indirizzi dei dipendenti e video che li definivano traditori del Paese.
Voci online, false accuse, capri espiatori e discorsi disumanizzanti sono diventati essi stessi un fattore di sfollamento forzato e hanno già scatenato proteste e attacchi. In casi estremi, secondo l’Alto Commissariato, sono stati collegati a violenze fisiche e omicidi.
Il fenomeno colpisce in modo sproporzionato le donne, sia tra i rifugiati che tra il personale umanitario. L’intelligenza artificiale generativa amplifica questi rischi: i deepfake di rappresentanti UNHCR e rifugiati sono una sfida crescente.
Il 93% del personale dell’Organizzazione dell’ONU per i rifugiati ha dichiarato di aver assistito a episodi di disinformazione, misinformazione o hate speech che hanno ostacolato direttamente il lavoro sul campo. Quando l’informazione viene distorta, spiega Lomax, si riduce l’accesso a lavoro ed educazione, si rende più difficile l’integrazione e si minaccia la coesione sociale con conseguenze che ricadono non solo sui rifugiati, ma anche sulle comunità che li ospitano.
L’intelligenza artificiale come parte della soluzione alla disinformazione
All’AI for Good Global Summit, il vertice globale delle Nazioni Unite sull’uso dell’intelligenza artificiale al servizio dell’umanità, l’UNHCR ha convocato esperti di governi, aziende tecnologiche e accademici per discutere risposte concrete alle sfide informative in contesti umanitari. Il messaggio centrale è che la stessa tecnologia che amplifica la disinformazione può essere orientata a contrastarla.
L’intelligenza artificiale può aiutare a monitorare la diffusione di contenuti falsi, a identificare deepfake, a supportare la moderazione dei contenuti in lingue meno diffuse, come quelle parlate da molte comunità di rifugiati, spesso trascurate dai sistemi automatici delle piattaforme.
L’Alto Commissariato ONU ha già sviluppato un toolkit per le organizzazioni umanitarie che lavorano in contesti ad alto rischio informativo, ma per Lomax non basta: il suo appello è rivolto a tutte le aziende tecnologiche, le aziende di AI e le piattaforme digitali, chiamate a collaborare, investire e lavorare insieme alle organizzazioni umanitarie.
Disinformazione e rifugiati: il contesto globale
Sono 35,6 milioni i rifugiati sotto mandato UNHCR provenienti per due terzi da cinque paesi: Venezuela, Ucraina, Siria, Afghanistan e Sudan. Le loro storie si intrecciano con le dinamiche delle migrazioni globali in modi sempre più complessi, aggravati dalla disinformazione che circola online e alimentati dall’uso crescente dell’intelligenza artificiale nei contesti digitali.
Per l’Alto Commissariato ONU le crisi migratorie sono spesso accompagnate da crisi dell’informazione. Quando chi fugge non riesce ad accedere a notizie affidabili, trova più difficile prendere decisioni che garantiscano la loro sicurezza.
Da qui nasce la richiesta dell’Organizzazione ONU di includere le prospettive di chi vive la condizione di rifugiato nei processi internazionali in cui si stabilisce come regolamentare l’intelligenza artificiale. I sistemi di moderazione dei contenuti, inoltre, devono essere addestrati anche nelle lingue meno diffuse, quelle parlate da molte comunità di sfollati che oggi restano fuori dalla portata dei filtri automatici delle grandi piattaforme.
Cosa cambia e cosa resta da fare
L’AI for Good Global Summit ha segnato un passo avanti nel riconoscimento istituzionale del problema. Ma Restano domande aperte che vale la pena sollevare. Chi decide cosa costituisce “disinformazione” e cosa no? Chi forma i sistemi di intelligenza artificiale usati per moderare i contenuti, e con quali dati?
C’è un paradosso difficile da ignorare: la stessa tecnologia che produce deepfake sempre più convincenti ai danni di rifugiati e operatori umanitari viene indicata come parte della soluzione al problema che genera. Affrontare la disinformazione con gli strumenti che la amplificano richiede una governance solida, trasparenza e il coinvolgimento di chi ne subisce gli effetti, altrimenti il rischio è che la soluzione riproduca gli stessi squilibri di potere generati dal problema stesso.
La strada è ancora lunga. I sistemi di moderazione delle piattaforme sono ancora da affinare e non sempre disponibili nelle lingue parlate dalle comunità più vulnerabili. I deepfake diventano sempre più difficili da rilevare. Le risorse per il monitoraggio dell’informazione in contesti umanitari restano limitate. La disinformazione non è un problema tecnico con una soluzione tecnica. È un problema che richiede collaborazione tra piattaforme, governi, organizzazioni umanitarie e comunità locali.
L’UNHCR ha lanciato un appello chiaro alle aziende tecnologiche: investire, collaborare, includere. L’efficacia e la quantità di impegno nella risposta di queste aziende determinerà quanto sarà possibile proteggere milioni di persone che non hanno altra scelta che fidarsi delle informazioni che ricevono e, allo stesso tempo, quanto sarà difficile per chi usa le stesse tecnologie diffondere disinformazione e odio.