Un rapporto di Human Rights Watch (HRW), organizzazione internazionale che monitora le violazioni dei diritti umani, ha ricostruito ciò che stava accadendo in uno dei paesi in cui il conflitto rischiava di essere documentato e quindi dimenticato, grazie a un metodo che non richiede la presenza sul campo: l’analisi di 38.000 video con un software di intelligenza artificiale.

In Burkina Faso, infatti, i giornalisti stranieri sono stati espulsi, i media locali silenziati e a luglio 2026 la giunta militare ha chiuso l’ufficio ONU per i diritti umani.

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Mentre in Siria e in Ucraina, milioni di video hanno permesso di individuare crimini che rischiavano di rimanere impuniti.

Come si documenta un conflitto senza poterlo raggiungere

Il rapporto, intitolato «None Can Run Away», si basa su 450 interviste raccolte tra marzo 2023 e febbraio 2026, di cui 380 a vittime e testimoni diretti. A queste si aggiungono immagini satellitari, fotografie e documenti.

La novità sta nel modo in cui è stato trattato il materiale video. I ricercatori hanno costruito un software capace di estrarre, trascrivere e analizzare 38.000 filmati, trasformandoli in un database consultabile.

Dai canali di notizie statali e dalle piattaforme social usate dai gruppi armati il sistema ha isolato unità militari, nomi e dettagli sugli attacchi. Ogni elemento è stato poi sottoposto ai testimoni, che lo hanno confermato o smentito.

È un punto che vale la pena sottolineare: l’intelligenza artificiale non produce prove. Ordina una quantità di materiale che nessun gruppo di ricercatori potrebbe esaminare a mano, e indica dove vale la pena guardare. La verifica resta umana.

HRW ha pubblicato il rapporto integrale insieme alla descrizione del metodo seguito. Chiunque può controllare come si è arrivati a ciascuna conclusione. Il governo burkinabé lo ha respinto come «un insieme di congetture e accuse infondate», senza però fornire prove contrarie.

Un metodo che ha già funzionato altrove

Il Burkina Faso non è il primo caso. Lo stesso approccio ha già dato risultati in Siria e in Ucraina. L’organizzazione Mnemonic ha raccolto circa 1,7 milioni di video del conflitto siriano e ha sviluppato uno strumento di intelligenza artificiale per cercarvi tipologie precise di crimini, come l’impiego di munizioni a grappolo. Con lo stesso sistema ha archiviato circa 500.000 video ucraini in otto settimane. Il governo di Kiev e la Corte Penale Internazionale hanno dichiarato di voler usare questa tecnologia nelle proprie indagini.

La logica è la stessa usata nel lavoro sulle navi sanzionate individuate con tecniche open source: un dato acquista valore quando viene incrociato con altri. Cambia la scala, non il principio.

Dalla documentazione alla giustizia

Il rapporto avanza richieste precise: sanzioni internazionali contro i comandanti identificati per nome, un’indagine preliminare della CPI (Corte Penale Internazionale) e un impegno degli organismi regionali africani per la protezione dei civili.

La strada purtroppo è in salita. A settembre 2025 il Burkina Faso ha annunciato il ritiro dalla Corte Penale Internazionale, e dal 2022 due colpi di stato hanno ristretto lo spazio civile: partiti sciolti, giornalisti arruolati a forza, 118 organizzazioni della società civile dissolte. Per capire come si è arrivati fin qui è utile rileggere la genesi dei colpi di stato nel Sahel.

Restano però due appigli. La Corte conserva la giurisdizione sui crimini commessi prima del ritiro formale, e i Paesi terzi possono aprire procedimenti per conto proprio. La documentazione resta valida anche quando la giustizia arriva tardi: come ricorda il lavoro delle organizzazioni internazionali sui diritti umani, senza un archivio verificato nessun processo può nemmeno cominciare.

Le domande che restano aperte

Chi addestra questi software, e su quali dati? In un conflitto dove tutte le parti producono video e narrative proprie, come si distingue un documento autentico da un contenuto costruito?

Il rischio che la stessa tecnologia serva a fabbricare prove false non è teorico. Come mostra il crescente uso dei deepfake nei conflitti, documentato dall’UNHCR nel contesto dei rifugiati, la trasparenza del metodo è un argine necessario ma non sufficiente. Serve un dibattito su chi controlla questi strumenti e con quali garanzie di indipendenza.

Nel frattempo, in un Paese da cui i testimoni non possono parlare e i giornalisti non possono entrare, esiste un archivio di 38.000 video ordinati e verificabili. Non è giustizia. È la condizione perché la giustizia resti possibile.

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Alessandro Rossi

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