Nel tempo la musica evolve ma il suo grido contro la guerra resta, concretizzando la speranza in aiuti sostanziali. Nella storia, grandi eventi musicali e artisti hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di aiutare chi è afflitto dalle guerre. Emblematico il recente caso di Kalush Orchestra, gruppo musicale ucraino sul podio dell’Eurovision Song Contest 2022: dopo la sua vittoria sono stati messi all’asta il cappellino del frontman e il trofeo conquistato durante la  canora, raccogliendo fondi per l’esercito del loro Paese sul fronte.

Kalush Orchestra, in prima linea per sostenere l’esercito ucraino: le iniziative

Emblematiche le iniziative dei Kalush Orchestra, arrivati al primo posto all’Eurovision Song Contest 2022 con il brano Stefania. Il Festival di portata internazionale, tenutosi a Torino dal 10 al 14 maggio, ha visto come vincitrice proprio la loro Ucraina, martoriata dalla guerra da ormai quattro mesi.

In questi giorni la band ha messo all’asta il cappellino rosa del frontman, Oleh Psiuk, tramite una lotteria, diventato ormai oggetto iconico in tutto il mondo. 31 mila persone, da 56 Paesi, hanno preso parte alla  lotteria, accaparrandosi un biglietto venduto a 5 dollari. 370 mila dollari, quanto raccolto e devoluto alla Serhiy Prytula Charity Foundation, organizzazione benefica impegnata a sostegno gli ucraini impegnati sul fronte.

Oltre al cappello è stato messo all’asta il trofeo vinto dell’Eurovision per 900 mila dollari. Questo ricavato sarà impiegato per l’acquisto di tre droni destinati ad aiutare i soldati ucraini impegnati nella guerra.

La risposta della musica ai conflitti passati

Da quando esiste l’uomo esistono le guerre, e da quando esistono le guerre la musica ha cercato di contrastarle. Canzoni e grandi eventi, in questo ultimo secolo, si sono fatti portavoce di un sentimento comune, unendo persone di tutto il mondo in un unico grido.

“Pace, Amore & Musica”, il famoso slogan di Woodstock nel ‘69, in cui la controcultura hippy si è unita nell’indimenticabile raduno pacifico, scappato, oltretutto, di mano agli organizzatori per l’ondata spropositata di partecipanti. Freedom di Richie Havens ha aperto i tre giorni più famosi della musica rock diventando simbolo di quella generazione stanca e indignata. Jimi Hendrix lo ha concluso con due ore di esibizione in cui ha storpiato l’inno degli USA con suoni che ricordavano esplosioni di guerra, richiamando tutto il dissenso verso gli orrori dei campi di battaglia.

In quegli anni, John Lennon ha dato alla luce Imagine, brano ispirato dalla moglie pacifista Yoko Ono. Canzone di pace per eccellenza riproposta poi da Madonna nel 2015, riunendo i cittadini francesi a Place de la République a Parigi dopo gli attentati al Bataclan. Nel 1985 Michael Jackson e Lionel Richie hanno dato alla luce la canzone We are the word con l’intento di raccogliere fondi per la popolazione etiope caduta in carestia a causa di una guerra civile: eseguita da 45 artisti, risulta essere il brano più venduto nella storia della musica.

Nel ‘99 , in Italia, il trio Jovanotti-Ligabue-Pelù hanno replicato lo stesso intento con la canzone Il mio nome è mai più riferendosi alla guerra civile in Jugoslavia e all’intervento della Nato in Kosovo.

Ricostruire l’Ucraina: la speranza di pace guarda all’Eurovision 2023

A pochi giorni dall’Eurovison, si continua a parlare delle speranze che la musica può offrire oggi a un Paese in gran parte distrutto dalle armate russe. Da regolamento, l’appuntamento musicale garantisce al vincitore l’ospitalità nel proprio Paese per l’anno successivo.

L’edizione appena conclusa a Torino ha fatto salire l’Ucraina sul primo gradino del podio, consegnandole il diritto di trasportare l’evento in un Paese, tuttora, sotto attacco. Il Presidente ucraino Vladimir Zelensky ha assicurato, nonostante l’ipotesi di una tregua lontana, che l’Eurovision 2023 approderà all’interno dei confini ucraini auspicando Mariupol come sede dell’evento.

L’Eurovision 23, non ancora nato, cerca di dare già il suo contributo a una speranza di pace. Una speranza che strizza l’occhio all’impensabile: ipotizzare Mariupol fra un anno sotto le luci di questo Festival invece che sotto le bombe.

Laura Corona

Laura Corona

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