Esattamente oggi, 122 anni fa, ci lasciava Oscar Wilde, uno dei dandy più emblematici della storia. Lo si può definire l’influencer più in voga dell’età vittoriana poiché aveva già capito come essere sempre sulla bocca di tutti; instancabile protagonista in una società che disdegnava chi voleva essere diverso.

E se “c’è solo una cosa peggiore del far parlare di sé, il non far parlare di sé ” divenne il suo mantra, vien da pensare che non ci si allontani molto da quella filosofia che spopola sui social, in cui il proprio profilo diventa una prigione della nostra immagine tanto quanto quel famoso quadro dell’eterno Dorian Gray da cui è difficile, ormai, separarci.

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Dorian Gray. pexels

Intrappolati nelle proprie cornici social: siamo un po’ tutti Dorian Gray

Gli influencer, oggi, li vediamo come esseri ibridi figli dell’era di internet: metà umani e metà identità virtuali. Ma in realtà, leggendo la loro genealogia, possiamo identificare i loro antenati in quella stirpe di uomini storici letterari chiamati dandy: individui estremamente egocentrici ed esibizionisti con un’innata necessità di distinguersi dalla massa. E se vi state chiedendo chi fu l’influencer più in voga dell’Ottocento la risposta è solamente una: Oscar Wilde.

Come il patto mefistofelico di Dorian, così i social ci permettono di falsare la nostra vera immagine e di presentarci agli altri nel nostro lato migliore, omettendo tratti del nostro essere che non siamo disposti a mostrare.
C’è una differenza, però: nel caso di Dorian, l’immagine riflessa da occultare era quella veritiera (il suo vero ‘io’) mentre ciò che esprimeva e faceva vedere di sé stesso era la parte più ipocrita.

Ad oggi, invece, i social ci pongono dinanzi alla condizione contraria: tentiamo di raccontare una vita che non è la nostra – forse quella che vorremmo avere – enfatizzandola con elementi dai tratti quasi da sogno e poco reali, nascondendo dietro lo smartphone il nostro vero io.

La sindrome di Dorian Gray

La vanità ha raggiunto un’importanza spropositata, tanto da essere definita sindrome di Dorian Gray. Studiata come una vera e propria malattia psicologica è stata descritta per la prima volta dal dottor B. Brosig nel 2000. La manifestazione del culto del corpo, che tanto riempie le bacheche, arriva a sfiorare i limiti del patologico. I post e le stories diventano cartelloni pubblicitari piantati sullo stradone di Facebook, Instagram e TikTok in modo che tutti, con il loro seppur veloce passaggio, possano non perdersi nulla sul film della nostra vita.

Di solito chi è affetto da questa sindrome vive nel terrore del rifiuto e di non aderire ai canoni di bellezza imposti dall’ambiente in cui vive.

E se nell’epoca vittoriana l’essere apprezzati dipendeva dall’inserimento nell’alta società, oggi dipende da like e follower: pollici in su e cuori ci restituiscono il senso di appagamento sociale. Siamo tutti attori in una scenografia creata appositamente per attirare l’attenzione.

Diviene così riconoscibile la similitudine tra Dorian e la società postmoderna, accomunati da un irrefrenabile desiderio dell’eterno. Instagram, infatti, è il nostro ritratto alla Dorian Gray: mentre noi invecchiamo il nostro profilo rimane giovane, immutato e sempre aggiornato.

Oscar Wilde e le anime rubate dalle proprie immagini

foto ritratto

Esiste nel nord America la tribù degli Hopi che sostiene come le fotografie possano rubare l’anima e questa credenza è presente anche in altre diverse culture. Ovviamente, la questione non riguarda maledizioni o sortilegi, ma il ruolo che ha assunto la fotografia nella società contemporanea. Essa è nata più di un secolo e mezzo fa dall’esigenza di raffigurare scene di vita.

La differenza fondamentale è che, fino a qualche tempo fa, veniva utilizzata sporadicamente in vari episodi della propria vita, rappresentando un’attività circoscritta ad eventi specifici come le feste, i viaggi o per espressione artistica. Ora è onnipresente e predominante.

Siamo, così, inseriti in un’inedita civiltà delle immagini e se pensiamo che oltre non ci si possa spingere ricordiamoci che il Metaverso bussa piano piano alle nostre porte. Occorre esserne consapevoli, perché l’alternativa, direbbero gli Hopi, è perdere l’anima.

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Laura Corona

Aspirante giornalista laureata in Lettere. Scrivo di Cultura e Lifestyle collaborando con BuoneNotizie.it, grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista

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