La Serie A e la Premier League appaiono oggi come due realtà distinte e diverse nel mondo del calcio: le differenze tecniche ed economiche di due competizioni profondamente distanti fra loro.

La superiorità economica della Premier League

Ricavi più che doppi e perdite dimezzate. Al giorno d’oggi, è questo il quadro che emerge dal confronto tra i club della Serie A e della Premier League. Alla base dell’analisi economica riportata su sportbusinessmanagement.it ci sono i bilanci della stagione 2021/22. Sono stati presi in considerazione, infatti, i fatturati netti delle principali sei società italiane e inglesi. Ovvero, Juventus, Napoli, Roma, Inter, Lazio e Milan per l’Italia. Manchester City, Manchester United, Tottenham, Liverpool, Chelsea e Arsenal per l’Inghilterra.

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Le sei squadre italiane, dunque, hanno registrato fatturati pari a 1,5 miliardi di euro nel corso della stagione sportiva 2021/22. Il tutto, con un calo di 60 milioni rispetto al periodo precedente, ovvero il 2020/21. Nonostante tutto, però, questi numeri, anche sommati tra loro, non bastano a raggiungere le cifre esorbitanti della Premier League. Nel 2021/22, infatti, le sei realtà di calcio inglesi hanno registrato 3,48 miliardi di euro di fatturato in crescita rispetto all’esercizio precedente. A dominare inoltre, fra le big del campionato più bello del mondo, è il Manchester City, che da solo ha avuto ricavi per poco meno di 700 milioni di euro.

Anche il quadro delle perdite non è dei migliori, anzi. Come riportato sempre su sportbusinessmanagement.it le squadre di calcio italiane hanno registrato una perdita di 761 milioni di euro nel 2021/22. Un piccolo sospiro di sollievo rispetto agli 820 milioni della stagione 2020/21. Anche in questo caso, però, i dati migliori appartengono comunque alla Premier League, in perdita di 320 milioni rispetto ai 537 dell’anno precedente. Insomma, una differenza piuttosto evidente e che dimostra le grandissime distanze tra i due paesi calcistici.

Serie A e Premier League: il divario economico dei diritti TV

La differenza tra la forza economica della Serie A e la forza economica della Premier League è evidente, e si nota ormai con assoluta chiarezza. Squadre di bassa classifica del campionato inglese, del resto, possono tranquillamente competere in trattative di calciomercato con alcune big del calcio italiano. La distanza, però, sta anche negli introiti ricevuti dai club stessi, come scritto anche su tuttosport.com. Salta all’occhio, del resto, la forte discrepanza economica dei diritti televisivi. Una squadra neopromossa dalla Championship alla Premier League, infatti, guadagna più soldi rispetto ad una grande del calcio tricolore.

Secondo quanto riportato da Calcio e Finanza, insomma, una neopromossa in Italia guadagnerebbe circa 25 milioni di euro dai diritti tv, e altri 10 come paracadute nell’annata successiva. Una differenza enorme rispetto al Luton Town, neopromossa dalla Championship alla Premier League, che dovrebbe riceverne circa 105 solo dai diritti televisivi. Insomma, stando all’analisi dello Sports Business Group di Deloitte, la differenza di quasi 80 milioni che ne consegue, non fa altro che mettere ancor più in risalto la potenza del calcio inglese. Un dato, quello appena citato, che emerge in maniera netta se messo in comparazione ai ricavi dell’Inter nella stagione 2022/23, ovvero 87 milioni di euro.

Il futuro del calcio italiano: riformare è necessario?

Nel tentativo di colmare il gap che separa il calcio nostrano dai top campionati europei, da anni si discutono possibili riforme del football italiano. Tante le modifiche che andrebbero attuate per dar nuova linfa ad un movimento in crisi da tempo. Ad oggi, però, le componenti che dovrebbero stabilire nuove regole o sviluppi innovativi non hanno mai trovato un punto d’accordo concreto. Con ogni probabilità, servirà ancora del tempo affinché la Serie A e il calcio italiano possano tornare a primeggiare in ambito internazionale.

Attualmente, come scritto anche su ilpost.it, è ancora attivo il decreto legislativo 9 del 2008, conosciuto come “Legge Melandri” e aggiornato nel corso degli anni, a coordinare il meccanismo chiamato “mutualità”. Tale sistema, infatti, regola la distribuzione del 10% dei soldi ricavati dalla vendita dei diritti televisivi della Serie A al resto del sistema calcio italiano. Alla Lega di Serie B, dunque, spetta il 6%, a quella di Serie C il 2%, ai dilettanti di Serie D l’1% e un altro 1%, invece, va alla Federazione.

Riformare, insomma, è necessario. Tra le questioni più urgenti, fra l’altro, c’è anche quella riguardante la costruzione dei nuovi stadi, fondamentali per aumentare i ricavi delle società. La Serie A, dopotutto, chiede al Governo di mettere in piedi una cabina di regia unica per la realizzazione dei progetti, in modo da coordinare le procedure, al momento portate avanti dai club con le singole amministrazioni locali. Ad oggi, infatti, i progetti si bloccano a causa dell’inefficiente burocrazia e l’obiettivo di accelerare la costruzione di nuovi impianti diviene dunque primario. Insomma, tempo al tempo. Nella speranza che, seppur lentamente, si possa finalmente imboccare la strada del cambiamento.

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Antonio Di Bello

Studente universitario con esperienze lavorative in ambito comunicativo e giornalistico. Amo raccontare tutto ciò che circonda il mondo del calcio, della pallavolo e della Formula Uno. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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