Il paesaggio italiano è da sempre uno dei temi più ricchi,
perché racchiude tutto: natura, storia, memoria e cultura. Ma anche complesso, perché nessun altro luogo al mondo è stato così spesso fotografato e idealizzato, con il rischio di trasformarlo in un cliché, in una semplice cartolina turistica o nel logo di sé stesso.
È da questa consapevolezza che si muove Interpreting Landscapes. Another Italy, la mostra di fotografia di Giulio D’Ercole, curata da Diana Daneluz, con il patrocinio del Comune di Todi.
Un atto di resistenza politica e visiva
La mostra si compone di 40 fotografie di grande formato che attraversano quattro regioni italiane: Trentino-Alto Adige, Toscana, Umbria e Puglia. Superando la facile retorica del paesaggio italiano “bello”, le immagini ne restituiscono la reale complessità, tensione e autenticità. In questo senso, Giulio D’Ercole compie un vero atto di resistenza contro la banalizzazione del vedere: non semplifica, ma rallenta. Aspetta il momento in cui il paesaggio smette di recitare la parte di sé stesso.
Il Trentino-Alto Adige non è quello delle guide alpine; la Toscana non coincide con l’icona delle colline dorate già consumata dall’immaginario globale. Le atmosfere nebbiose nostalgiche e crepuscolari dell’Umbria rivelano una parte intimista. La Puglia porta con sé la qualità dell’aria e della luce, già raccontata prima che lo scatto avvenga. Quattro luoghi, quattro grammatiche visive distinte, eppure percorse da un filo comune: la volontà di restituire al paesaggio italiano la sua complessità, sottraendolo alla retorica facile della sua “bellezza”.
Come ha osservato W. Scott Olsen su Frames Digital, “la fotografia di Giulio D’Ercole viene letta come un’opera capace di fondere paesaggio, atmosfera e tensione simbolica… una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’immensità del mondo naturale. Proprio qui risiede la forza del suo scatto: nell’attimo in cui il visibile lascia emergere qualcosa di più profondo”.
Il percorso dell’artista: dalle storie al paesaggio italiano
Per capire la profondità di questa operazione artistica, è necessario guardare al percorso dell’artista. Giulio D’Ercole non è un semplice paesaggista tradizionale. Formatosi nel documentario sociale, ha trascorso oltre diciotto anni all’estero: prima a New York come producer televisivo per RAI Corporation, poi per dodici anni in Kenya, dove ha lavorato come esperto di comunicazione per UNESCO, ILO e numerose ONG internazionali. Dal 2022 vive a Todi, dove prosegue la sua ricerca fotografica e artistica.
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Giulio D’Ercole, fotografo e documentarista sociale
Con questo bagaglio umano e professionale ha affinato uno sguardo che ha reso la sua pratica fotografica un atto empatico prima che estetico, influenzato dai grandi maestri come Ansel Adams, Robert Frank, Sam Abell, Mario Giacomelli, Henri Cartier-Bresson e Sebastião Salgado.
La stessa postura dello sguardo che Giulio D’Ercole impiegava nei volti umani viene qui trasferita sulla materia naturale (roccia, luce, acqua…). Il risultato è un paesaggio italiano che respira, custodisce un’interiorità (o verità) e, infine, la lascia affiorare.
La mostra sarà visitabile dal 29 maggio al 14 giugno, il venerdì, il sabato e la domenica dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 19 con ingresso libero presso ArtEX Workshop Gallery, Nido dell’Aquila, a Todi.
È un invito a rallentare, a sospendere l’automatismo del riconoscere per ritrovare l’esperienza, ormai rara, del guardare davvero. Non offre scenari da consumare, ma luoghi da abitare con lo sguardo, ricordando che vedere non coincide quasi mai con osservare e che, dentro ciò che si crede di conoscere, esiste ancora molto da scoprire.
Come scrive Umberto Galimberti: «La differenza tra gli oggetti e le opere d’arte è che gli oggetti si esauriscono nel mio sguardo che ne cattura il significato, ma nell’opera d’arte il mio sguardo non riesce a catturare la totalità del significato. C’è un rinvio verso l’ineffabile, verso l’indicibile, verso l’invisibile. Senza l’immersione nella follia non sarebbe mai nata un’opera d’arte. La bellezza non è una cosa tranquilla. La bellezza è una cosa che inquieta. È una cosa che trafigge. È una cosa che ti porta alla dimensione del sublime, ma non sei tu il padrone del gioco, ma la bellezza che ti si offre”.