Tra le tante vittime economiche della pandemia di Covid-19, una di cui si è parlato meno di altre sono gli studenti universitari. Questi ultimi, oltre ad affrontare le spese legate allo studio, devono pagare un affitto, spesso elevato, le bollette e il vitto. Chi non ha una famiglia benestante alle spalle deve dunque mantenersi gli studi con un lavoro. Un equilibrio spesso precario, che coinvolge la maggioranza degli studenti e che la pandemia ha reso ancora più complicato mantenere.

Una rete di appoggio per chi studia

Per gli studenti che non hanno borse di studio o non possono ricevere aiuti statali si sono mossi i loro stessi compagni di studio. Da qui la nascita di numerose associazioni, il cui obiettivo è fornire un supporto nei settori cruciali. Come per esempio le sistemazioni abitative: nelle maggiori città universitarie l’affitto è spesso superiore ai 650 euro mensili, e gli aiuti statali raramente sono sufficienti. 

I centri di assistenza per gli studenti hanno dunque sviluppato diverse soluzioni, tra cui la possibilità di assistere persone anziane in cambio di vitto e alloggio e posti in residenze universitarie a prezzi economici. Alcuni studenti sono addirittura ospiti dei professori
Un ulteriore problema è il cibo, che viene affrontato grazie anche al supporto della Croce Rossa e dell’organizzazione non governativa Secours Populaire. I negozi Agoraé permettono di acquistare viveri e prodotti per l’igiene a prezzi estremamente bassi. Gli stessi atenei sono in contatto con le aziende che riforniscono le mense per recuperare i pasti avanzati e ridistribuirli.

Gli aiuti nelle università in Italia

Pur essendo un risultato non pianificato, il modello di aiuto francese risulta scalabile anche in Italia. La gestione degli alloggi per chi ha una borsa di studio è in mano a Edisu, un ente organizzato su base regionale. Le residenze pubbliche tuttavia sono sempre insufficienti rispetto ai richiedenti e aventi diritto, e per questo alcune Regioni hanno stanziato dei bonus affitti, dal valore spesso irrisorio. Le università pubbliche permettono inoltre l’iscrizione part-time, che permette agli studenti lavoratori di seguire i corsi con minore frequenza lavorando nel frattempo (aiutati dall’esperienza della didattica a distanza). Tuttavia è molto facile che gli studenti non riescano ad assentarsi dai posti di lavoro e più in generale sembra che debbano contare quasi esclusivamente sulle proprie forze.
Quello che manca è insomma una comunicazione e collaborazione efficace tra le università e i privati. Per quanto imperfetto, il sistema sviluppatosi in Francia, può essere un ottimo spunto da cui l’Italia può prendere esempio.

 

Riccardo Ruzzafante

Riccardo Ruzzafante

Riccardo Ruzzafante, ho studiato Scienze Storiche all'Università di Torino. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista. E tu cosa stai aspettando?

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