Oggi si parla tanto della violenza di genere che viene intesa quasi esclusivamente a danno delle donne. Anche se minoritaria e quasi sconosciuta, esiste una violenza perpetrata da alcune donne nei confronti dei loro compagni.

Ne abbiamo parlato con Patrizia Montalenti, fondatrice del centro antiviolenza Ankyra, esperta nell’accoglienza delle vittime di violenza domestica e stalking, a prescindere dal genere di appartenenza.

Sono aumentate le richieste di aiuto da parte degli uomini?

“Sì, sono in continuo aumento”.

Secondo lei è dovuto a un incremento delle violenze o ad un aumento della percentuale di uomini che hanno il coraggio di denunciare?

“Credo proprio la seconda ipotesi. Infatti, grazie ad Ankyra e ad altre associazioni che hanno istituito centri antiviolenza che accolgano tutte le vittime, a prescindere dal genere di appartenenza e/o dall’orientamento sessuale, l’idea che chiunque subisca vessazioni possa chiedere aiuto si sta diffondendo e ha iniziato a entrare nella percezione dei maschi”.

Da cosa dipende questo miglioramento? Che cosa si è fatto e cosa si sta facendo?

“Noi ci siamo costituiti a Milano nel 2013 e abbiamo iniziato ad operare l’anno successivo. Ci siamo proposti di accogliere tutte le vittime di violenza domestica, senza distinzione di genere, età e orientamento sessuale. Questa idea nasce dal fatto che ogni vittima ha pari dignità e deve avere pari opportunità di supporto.

La percentuale di chi non denuncia è maggiore tra i maschi, poiché l’uomo, più ancora della donna, si vergogna a raccontare questo genere di esperienze alle forze dell’ordine, ma anche ai suoi familiari e amici.

Ci tengo a dire che, in Italia, lo Stato sovvenziona i centri antiviolenza se accolgono solo donne. Il riferimento legislativo è il protocollo di intesa Stato-Regioni del 27/11/2014, nell’ambito del DPCM del 24/07/2014. Mi pare dunque doveroso sostenere una battaglia politica che si muova in una direzione innovativa, più rispettosa della dignità dei maschi”.

Quali sono le problematiche più comuni che presentano gli uomini che vengono nel vostro centro?

“Innanzitutto l’uomo ha una percezione diversa della violenza, soprattutto di quella fisica. Quando la riconosce come un agito violento tende a minimizzarla: tant’è vero che quando noi facciamo i colloqui con gli uomini, il loro portato di sofferenza è più rivolto a denigrazioni, umiliazioni, sfinimenti. Inoltre, è emerso che nei 90% dei casi esiste anche la violenza fisica, come morsi, graffi, calci e, nei casi più estremi, anche accoltellamenti.

Ankyra mette al centro il tema della violenza relazionale, ovvero quella violenza esercitata da un soggetto a danno di un altro, al quale è legato da un vincolo sentimentale. In questa definizione è compresa anche la cosiddetta violenza bidirezionale, spesso presente all’interno di una relazione disfunzionale: una violenza che i partner esercitano l’uno sull’altro. Questo aspetto non viene considerato nei centri di antiviolenza per sole donne. Secondo noi invece va indagato. Sarà poi un giudice a stabilire le rispettive responsabilità”.

Come vengono gestite le richieste di aiuto da parte degli uomini?

“Solitamente, a effettuare il primo contatto con noi sono donne: parenti, amiche o colleghe della vittima. Noi non interveniamo mai per interposta persona, ma chiediamo al mediatore di farci contattare dal maltrattato. Quando chiama il diretto interessato facciamo un colloquio telefonico. Se sono nella nostra regione, li riceviamo di persona e poi realizziamo un progetto condiviso dalla vittima. Abitualmente esso coinvolge le due figure professionali indispensabili per l’uscita da un tale disagio: un legale e uno psicoterapeuta. Invece, a chi abita in regioni lontane dalla nostra, suggeriamo strumenti che possono trovare in loco.”

Ci racconta una storia di rinascita?

“Paolo, libero professionista di 45 anni residente a Milano, sposato da 20 anni con Roberta, casalinga. Hanno un figlio di 16 anni. Lui ci rintraccia su internet e racconta di provare un forte disagio. È rassegnato, si colpevolizza, dichiara di sentirsi ansioso e depresso. Precisa di voler portare avanti la relazione con Roberta, per la quale nutre un forte attaccamento che noi definiremmo dipendenza affettiva e teme di essere messo di fronte a una separazione. Riferisce di subire violenza psicologica sin dall’inizio della relazione.

Paolo non ha amici, in quanto la moglie non approva le sue relazioni. La violenza psicologica è continua e si sostanzia in sfinimento, denigrazione, insulti e controllo del cellulare. Lui ha l’abitudine di scrivere sui social dei pensieri e lei lo ridicolizza. La violenza fisica è episodica, si manifesta con calci, pugni, sberle, mani al collo e avviene in presenza del figlio.

Emergerà successivamente che la signora intratteneva una relazione extraconiugale da tempo. Poiché, deciso a risolvere la situazione, Paolo si è messo in discussione, sottoponendosi ad una valutazione medica specialistica ed intraprendendo un percorso psicoterapico, affiancato ad uno legale, grazie ai quali ha infine raggiunto una maggiore consapevolezza. Oggi Paolo è una persona serena, mantiene un rapporto splendido con il figlio ed è riuscito a riprendersi la sua vita”.

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Giulia De Giacinto

Giulia De Giacinto

Giulia De Giacinto, aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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