Alluvioni, terremoti, guerre. Negli ultimi anni, sullo scenario italiano ed europeo, sono molti gli eventi che – attraverso la mediazione dei professionisti dell’informazione – hanno generato una forte partecipazione attiva nei lettori. Per partecipazione attiva, mi riferisco all’inescarsi del seguente processo mentale:

  • percepisco un evento come emergenza
  • la narrazione dell’emergenza, in base a toni fortemente emotivi, mi induce a voler fare qualcosa di concreto
  • decido di partecipare a una raccolta fondi, in modo da poter fornire supporto attivo

Questo tipo di processo mentale porta alla luce una caratteristica che a noi “giornalisti costruttivi” balza all’occhio con particolare evidenza. Come abbiamo spiegato più volte, il giornalismo costruttivo ha – fra i suoi scopi principali – quello di voler generare un impatto attivante nei lettori, spingendoli a fare qualcosa di concreto per produrre trasformazioni positive sul mondo che abitiamo.

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In questo senso, quindi, il desiderio di partecipazione attiva dei lettori, ci sembra qualcosa di prezioso, di utile. Eppure c’è un “ma” di cui è importante tenere conto. La partecipazione attiva è utile se sviluppa in modo mirato: se ci si chiede quindi, cosa serve concretamente e se si segue anche il processo che metterà a frutto il nostro gesto di generosità. E’sulla base di queste considerazioni che abbiamo deciso di preparare per i nostri lettori una piccola inchiesta sul tema delle raccolte fondi. 

Il ciclo della notizia: le raccolte fondi vengono lanciate ma raramente vengono seguite

Uno dei tanti problemi del “giornalismo di pancia” è che le notizie vengono date in pasto ai lettori ma raramente vengono seguite nel tempo. Nel caso di un’emergenza continuativa, come ad esempio la guerra in Ucraina, il tema rimane caldo un po’più a lungo ma nel caso di altre emergenze – si pensi solo all’alluvione dello scorso settembre nelle Marche o alla situazione in Emilia-Romagna – la notizia tende a seguire un arco preciso. Viene divulgata in modo ossessivo nella fase iniziale, generando un’ondata di emotività incontrollata, dopodiché tende a spegnersi e a uscire dai radar dei media. Anche questo, ovviamente, ha un impatto. Sul versante delle raccolte fondi, per esempio, si assiste sistematicamente a un expoit iniziale dopodiché quasi nessuno segue l’esito della raccolta e soprattutto l’investimento dei fondi in progetti reali.

Questo non significa, naturalmente, che le risorse donate generosamente dai privati (e dal settore pubblico) non vengano regolarmente investite. Il tema, piuttosto, è un altro e ha a che vedere con la perdita di visibilità – e di controllo – sulle donazioni.

Il lettore che ha seguito la notizia nel suo incipit e che ha messo mano al portafoglio ha il diritto ma anche il dovere di seguire il viaggio della raccolta fondi in cui ha riposto la sua fiducia, monitorandone l’esito. E la buona notizia è che, spesso, gli strumenti per farlo ci sono.

Con questa inchiesta, non facciamo che iniziare in punta di piedi un lavoro che poi abbiamo intenzione di portare avanti nel tempo. Più che dare delle risposte, in questo caso il nostro scopo è far nascere nel lettore alcune domande. Iniziamo con un’intervista a Laura Iucci, direttrice dell’ufficio raccolta fondi dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che ci spiega come funziona dall’inizio alla fine una raccolta fondi. Proseguiamo, poi, con uno spaccato su una delle ultime raccolte fondi lanciate (quella per l’alluvione in Emilia-Romagna) per monitorare una situazione work in progress e finiamo con un pezzo sul tema della blockchain. O meglio: su come la blockchain potrebbe migliorare la trasparenza delle raccolte fondi. E su cosa manca ancora perché questo strumento risulti pienamente efficace.

Tutti gli articoli dell’inchiesta:

Come funziona una raccolta fondi dall’inizio alla fine? Uno sguardo dietro alle quinte dell’UNHCR

Raccolta fondi per l’Emilia-Romagna: un esempio di situazione work in progress

Raccolta fondi: la blockchain come strumento di trasparenza

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Martina Fragale buonenotizie.it

Martina Fragale

Giornalista pubblicista dal 2013 grazie alla collaborazione con BuoneNotizie.it, di cui oggi sono direttrice. Mi occupo di temi legati all’Artico e ai cambiamenti climatici; come docente tengo corsi per l’Ordine dei Giornalisti e collaboro con l’Università Statale di Milano.

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