I bambini orfani di femminicidio sono vittime di una violenza domestica che trova il suo culmine quando una madre muore per mano di marito, compagno o fidanzato. Pur nella legittima rilevanza del fenomeno, si dimentica che i figli vivono il trauma della perdita contemporanea delle due figure di riferimento: il genitore vittima e il genitore reo, detenuto o suicida.

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All’angoscia subita per la perdita dei genitori si aggiungono difficoltà e sofferenze di natura psicologica, sociale e giudiziaria. Chi resta, in assenza di un’attenzione specifica, vive il dolore in completa solitudine, socialmente e giuridicamente invisibile.

Abbiamo incontrato Francesca Nifosì, di Modica nel ragusano. Francesca narra la sua storia per dare visibilità e speranza a quanti restano relegati nel silenzio dopo l’evento luttuoso. Può farlo perché, anche se molto tempo dopo l’accaduto, ha trovato supporto psicologico nell’Associazione Il Giardino Segreto, il cui obiettivo è quello di sostenere gli orfani di femminicidio, bambini vittime invisibili della violenza di genere.

Come hai vissuto la condizione di orfana di femminicidio?

All’età di 5 anni ho assistito alla morte di mia madre per mano di mio padre. Ero accanto a lei, è successo nella pubblica piazza, lui non si è fermato neanche davanti a me, ha sparato diversi colpi di fucile, a mia madre ne sono arrivati due, il secondo è stato fatale.

Mio padre ha tentato il suicidio, ma è sopravvissuto. Io e mia sorella, siamo state adottate dai nonni materni che ci hanno aiutate a non soccombere alla sofferenza. Tuttavia è come se il mio dolore fosse rimasto per tanto tempo congelato, perché in famiglia dopo un primo periodo nessuno ne ha più parlato.

Il fatto ha esposto noi familiari all’insistente e irrispettosa curiosità delle persone attorno a noi. Nello smarrimento generale il silenzio ci ha protetti, ma non ha permesso l’elaborazione e il superamento del lutto. Per me, anche se amata dai nonni e da mia sorella, non è stato facile esternare il disagio: una grande solitudine interiore, invisibile agli altri, ha caratterizzato per lungo tempo la mia vita.”

Come sei cresciuta da bambina orfana di femminicidio?

Sono cresciuta sola, piena di paure e con la sofferenza di sentirmi diversa dagli altri bambini. La scuola non mi ha aiutata, piuttosto è stato il luogo dove maggiormente ho registrato la mia diversità: si pensi all’enfasi con la quale si celebra la festa della mamma e alla mancata delicatezza nei confronti di chi una madre non ce l’ha, con alle spalle il trauma della tragedia.

Da adolescente ho realizzato di essere la figlia della vittima, ma anche la figlia del carnefice: per questo ho provato tanta vergogna. A 17 anni ho incontrato mio padre per tentare di capire perché avesse compiuto un gesto così feroce. Non ho avuto risposta. Ho dovuto apprendere che uomini così non hanno consapevolezza delle loro azioni, non si pentono.

Mio padre,  figlio della cultura patriarcale del possesso, ha concepito la donna come un oggetto di cui disporre in maniera assoluta: in una Sicilia degli anni Settanta in cui vigeva l’attenuante del delitto d’onore.

Col tempo ho realizzato come quel silenzio che avrebbe dovuto proteggermi, ha invece messo a tacere il bisogno di parlare, di esternare la mia sofferenza interiore. Rivolgendomi a Il Giardino Segreto, ho trovato il sostegno psicologico fondamentale per imparare a confrontami in maniera diversa, col mio antico dolore.

Cos’è il Giardino Segreto al quale oggi anche tu dai il tuo contributo?

“Il Giardino Segreto è un’associazione senza fini di lucro che mette a disposizione dei familiari e dei dei bambini orfani di femminicidio servizi e supporto concreto per fronteggiare difficoltà e disagi.

L’associazione è stata fondata, nel 2015, dall’avvocata Patrizia Schiarizza assieme ad altre due socie fondatrici: Paola Medde, psicologa, e Donatella Donadio, contabile. Dopo si sono aggiunte altre figure professionali: medici, scrittori, responsabili di centri antiviolenza.

Grazie al Giardino Segreto ho maturato la possibilità di elaborare in maniera costruttiva la mia esperienza e contribuire a dare voce a chi resta – invisibile – dopo il trauma di un femminicidio. Giro con gli operatori  dell’associazione testimoniando la mia storia.

Celebro così la memoria di mia madre, tra le prime donne a Modica, a chiedere il divorzio, appena entrata in vigore la legge che lo ha previsto. Donna coraggiosa, da separata è andata a vivere da sola con due figlie bambine: per questo è stata punita.”

Un messaggio ai bambini orfani vittime di femminicidio?

“La mia è una battaglia perché ci sia una narrazione più veritiera del femminicidio: che rispetti la memoria della vittima e il dolore di chi resta: perché il racconto distorto dei media non amplifichi la violenza subita. Non si può raccontare un femminicidio come una storia d’amore finita male o come delitto passionale. Non si può scrivere l’ha uccisa, però l’amava, amava i figli: un padre che ha ucciso la madre, spesso davanti ai bambini, non ha amato nessuno.

Desidero trasmettere la speranza che,  anche quando si subisce un dolore devastante, oggi ci sono gli aiuti per progettare un futuro, per non sentirsi più soli. In Italia la legge 4 del 2018 ha introdotto nuove tutele agli orfani di femminicidio, sia da un punto di vista processuale che assistenziale.

In ambito nazionale sono stati varati 4 progetti divisi per aree territoriali, promossi dall’impresa sociale “Con i bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Questi progetti prevedono: sostegno alle famiglie affidatarie; per gli orfani di femminicidio assistenza medico-legale, accesso a percorsi di sostegno psico-sociale, sostegno allo studio e accompagnamento lavorativo.”

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Lucia Muscetti

Laureata in Scienze Politiche, docente emerita in discipline giuridiche ed economiche presso i Licei di Scienze Umane. Leggo e approfondisco saggi sui diritti umani e di politica per scrivere e praticare l’arte del vivere bene insieme. Partecipo al laboratorio giornalistico di BuoneNotizie.it

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