Quantificare il numero di nuovi contenuti che vengono pubblicati ogni giorno sui social network è sostanzialmente impossibile: tra foto, video e testi, si arriva a cifre con nove o più zeri. E se da una parte ci sono i vantaggi (materiale numeroso e variegato disponibile a tutti) dall’altra emergono i problemi. Come la presenza di materiale sensibile e contemporaneamente quella di molti minorenni che utilizzano le piattaforme.
Questo genera un intreccio molto complicato, perché ci sono molte situazioni in cui non è chiara fino in fondo la natura dei contenuti. Un’immagine che presenta nudità, per esempio, non è per forza parte di un contenuto pornografico: può essere un’opera d’arte, un’immagine d’archivio usata in un documentario o una foto scattata da un giornalista. Il tutto da inserire in contesti legislativi e culturali che possono variare molto da Paese a Paese.
Risolvere questo labirinto tra libertà di espressione, tutela degli utenti vulnerabili e leggi dei Paesi è ormai fondamentale, e diversi soggetti coinvolti stanno sperimentando alcune soluzioni.

Le mosse dei privati…

Uno dei primi social network a mettere in pratica nuovi sistemi di filtraggio dei contenuti online è stato Twitter. Già nel 2018 il suo algoritmo era in grado di riconoscere i contenuti potenzialmente sensibili e di nasconderli in automatico, lasciando all’utente finale la scelta di visualizzarlo o meno. Quest’anno la società ha modificato questo automatismo, permettendo a coloro che pubblicano un contenuto di segnalarlo loro stessi come potenzialmente sensibile. 
In maniera simile, Tumblr ha annunciato a inizio settembre l’introduzione di una nuova funzionalità: la “community label”. Questa permette, tramite i tag, di avvertire gli altri utenti che un contenuto può non essere adatto a persone sensibili. 
Entrambe le strategie sembrano seguire il consiglio del Manifesto per social media sex-positive, le cui autrici sono ricercatrici di vari paesi occidentali. Il loro suggerimento è di responsabilizzare e coinvolgere la comunità degli utenti nel processo di filtraggio dei contenuti online: in questo modo chi pubblica non subisce censure automatiche e chi vuole visualizzare lo fa consapevolmente.

… e le leggi degli Stati

Anche alcuni Stati stanno lavorando, a livello legislativo, sul problema dei social network: a marzo il governo del Regno Unito ha proposto una legge che concede maggiori poteri all’autorità che controlla le telecomunicazioni. Questa, nel caso la legge venisse approvata, potrà esercitare una maggiore pressione sulle aziende per spingerle a tutelare al meglio gli utenti. Si tratta di una soluzione piuttosto approssimativa, poiché intende moderare non solo i contenuti illegali, ma anche quelli “legali ma dannosi”: una definizione molto generica e quindi facile da strumentalizzare. Così facendo, inoltre, si correrebbe il rischio di isolare la rete britannica rispetto al resto della rete, come è già successo a Paesi autoritari come Cina, India e Russia.

La stessa Unione Europea ha istituito, a inizio agosto, un nuovo regolamento sulla trasparenza e il funzionamento delle piattaforme online. Il Digital Services Act, che entrerà in vigore nel 2023, stabilisce diversi obblighi: indicare in modo chiare le condizioni di servizio e le modalità di moderazione dei contenuti; collaborare con le autorità nazionali se richiesto; controllare le credenziali di fornitori terzi. Questi varranno, con diverse sfumature, per tutte le piattaforme, che dovranno avere una figura interna (Compliance Officer) con il compito di far rispettare il regolamento. In caso di violazioni, sarà un’autorità nazionale indipendente (Digital Services Coordinator) a intervenire per far terminare l’illecito.

Dato che ognuna di queste strategie (private e statali) è di recente creazione, non è ancora chiaro in che misura influenzeranno l’attività sui social network. Ma è ormai chiaro che il problema non si può più ignorare, e trovare il bandolo della matassa è imprescindibile.

Riccardo Ruzzafante

Riccardo Ruzzafante

Riccardo Ruzzafante, ho studiato Scienze Storiche all'Università di Torino. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista. E tu cosa stai aspettando?

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