Il dibattito globale che ha generato la Superlega europea di calcio ha dato speranza a molti.

Il tema è stato uno dei più dibattuti delle ultime settimane, tanto nel mondo reale quanto su internet. Si sta parlando della Superlega europea, torneo calcistico ideato da alcune delle squadre più blasonate del Vecchio Continente in alternativa alla partecipazione alla Champions League, l’attuale massima competizione europea organizzato sotto l’egida della UEFA. Una competizione con un meccanismo di partecipazione per lo più non fondato sui risultati dei campionati nazionali e che ha totalmente polarizzato il dibattito, riuscendo per qualche giorno a unire quasi la totalità delle tifoserie d’Europa sotto un’unica stessa bandiera: la difesa della meritocrazia nel calcio e la conseguente dimostrazione che una coscienza collettiva è ancora possibile.

Da dove nasce l’idea?

La Superlega europea nasce come un torneo tra le squadre d’élite del calcio europeo in cui la quasi totalità di esse abbia diritto di partecipare a prescindere dalla sua situazione del rispettivo campionato nazionale. «La creazione della Super League arriva in un momento», si legge nel primo comunicato stampa ufficiale, pubblicato in piena notte, «in cui la pandemia globale ha accelerato l’instabilità dell’attuale modello economico del calcio europeo». Una situazione economica che ha dunque pesato sulle casse dei grandi club europei e che ha evidenziato, da parte loro, la necessità di creare un modello differente che possa anche creare un modello di business nuovo, quindi con nuovi ricavi.

«Già da diversi anni, i Club Fondatori si sono posti l’obiettivo», si legge sempre nel comunicato, «di migliorare la qualità e l’intensità delle attuali competizioni europee nel corso di ogni stagione», creando quindi «un formato che consenta ai top club e ai loro giocatori di affrontarsi regolarmente». In sintesi: più sfide tra le Big europee per ottenere un maggiore interesse da parte del pubblico. Le squadre che hanno aderito fin da subito al progetto sono state le italiane Juventus, Milan e Inter, le inglesi Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham, e le spagnole Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Tra i maggiori promotori di questa iniziativa Andrea Agnelli e Florentino Pérez, rispettivamente numero uno della Juve e del Real.

Modello Eurolega di basket per la Superlega europea

Esistono altri modelli analoghi di competizioni internazionali? Inizialmente i giornali hanno fatto paragoni con la NBA, ovvero la massima competizione americana di pallacanestro. Cercando di sintetizzare, il modello di tale campionato è privo di retrocessioni e fondato sulle franchigie, ovvero società di proprietà della stessa lega e che si insediano in una città americana, dividendosi in due Conference (Est e Ovest), così come in differenti Division all’interno della stessa Conference. Quale il risultato dunque? Nessuna squadra retrocede e i Playoff al termine della stagione regolare vedono la partecipazione delle migliori squadre delle due Conference, con possibilità da parte delle squadre peggio classificate di avere priorità nella scelta dei migliori nuovi prospetti in occasione del Draft della NBA della stagione successiva. Un campionato che negli ultimi mesi ha dimostrato di essere parecchio sensibile a temi sociali come quello del razzismo.

Un modello che dunque poco ha a che fare con quella della Superlega europea, più propriamente paragonabile a quello invece della Eurolega di pallacanestro, la cui genesi originaria è stata simile a quella del suo parente calcistico. L’Eurolega vive infatti di wild card e licenze pluriennali, con una minor parte di squadre partecipanti per meriti sportivi conseguenti ad una qualificazione sul campo. Ci sono squadre dunque che acquisiscono il diritto di partecipare per parecchi anni ma che, a differenza delle Superlega europea, non mantengono il diritto di partecipare sempre e comunque in quanto fondatrici.

All’epoca, quando nacque l’Eurolega, ci fu la stessa resistenza da parte della FIBA, corrispettivo della FIFA e allora organizzatrice della massima competizione europea di pallacanestro, cosa che nel calcio attualmente spetta all’UEFA con la sua Champions League. La genesi non fu indolore, con una vera e propria guerra tra la neonata ULEB e la FIBA, con quest’ultima costretta a ingoiare il rospo e sedersi al tavolo per dialogare a causa della sanguinosa diaspora dei club più prestigiosi. Il tutto portò ad un modello che chiaramente ha posto un limite alla meritocrazia ma che ha comunque fruttato economicamente alle società così come agli spettatori dal punto di vista della spettacolarità degli eventi.

Superlega europea

Striscione di protesta dei tifosi del Chelsea (© Twitter)

La reazione compatta dei tifosi

La reazione dei tifosi è stata unanime a differenza di quella degli addetti ai lavori, opinionisti e giornalisti. Se queste ultime categorie hanno vissuto un dibattito interno importante, il mondo dei tifosi si è schierato apertamente contro questo modello. Un ruolo importante l’hanno sicuramente ricoperto in Inghilterra, supportati anche da un Boris Johnson molto attento all’importanza del soft power che il football porta con sé. Le reazioni sono state variegate: dai tifosi del Chelsea che hanno bloccato il pullman della squadra a quelli del Liverpool, che hanno appeso uno striscione di lutto fuori da Anfield Road, così come quelli del Manchester United che hanno protestato in maniera veemente contro la proprietà americana.

Quale il minimo comun denominatore di questa protesta? Il mantenimento della meritocrazia, nonché un romantico attaccamento alla blasonata Champions League. Un concetto, quello della meritocrazia del calcio, che è tanto caro agli inglesi. Basti pensare alla FA Cup, la coppa calcistica più antica al mondo, corrispettivo della nostra Coppa Italia almeno nell’idea. Alla competizione inglese partecipano squadre anche delle categorie più basse, giocando spesso tra le mura amiche. Aspetto che crea un’atmosfera suggestiva, con grandi club che si trovano così a sfidare squadre di quartiere, con quest’ultime che magari finiscono anche per spuntarla e proseguire nel loro cammino in coppa. Un modello come quello della Superlega europea era quindi totalmente incompatibile con il concetto di meritocrazia degli inglesi.

Superlega europea

Striscione di protesta dei tifosi del Liverpool (© Twitter)

La reazione di Claudio Ranieri

Pensando al calcio inglese e alla meritocrazia che esso porta con sé il collegamento automatico non può che essere al Leicester di Claudio Ranieri. «L’essenza dello sport è che anche i piccoli possano ambire a qualcosa di grande», ha dichiarato l’allenatore romano, «anche contro i giganti del calcio». «Spero che FIFA e UEFA», ha aggiunto, «abbiano gli strumenti per contrastare questa idea». Quello realizzato dal Leicester nella stagione 2015/16 fu un autentico miracolo sportivo: vittoria della Premiere League con una squadra assemblata per una salvezza tranquilla, ma scopertasi sempre più competitiva giornata dopo giornata e capace di superare tutte le avversarie, comprese le corazzate multimilionarie come quelle delle Big inglesi. Una sorta di “Davide contro Golia” in chiave calcistica e moderna, una storia capace di far innamorare i calciofili di tutto il mondo. E il fatto che il Leicester non possa più ambire a conquistare un pass per affrontare in Champions League squadre blasonate come il Real Madrid si è dimostrata una cosa inaccettabile per i tifosi.

Come l’UEFA ha reagito alla Superlega europea

La reazione dell’UEFA è stata durissima. Fin da subito Aleksander Čeferin, Presidente dell’UEFA, ha minacciato l’immediata esclusione delle squadre dall’attuale Champions League, così come l’esclusione dei loro giocatori dalle competizioni internazionali per squadre nazionali, come Mondiali ed Europei, nonché la loro esclusione anche dai rispettivi campionati nazionali. Una sorta quindi di ban completo per scongiurare la realizzazione di un progetto che, stando al comunicato sulla sua genesi, stava procedendo a spron battuto. Una situazione dunque molto simile a quella che si generò inizialmente tra ULEB e FIBA in occasione della nascita dell’Eurolega, poi effettivamente concretizzata. Un contesto, quello del dibattito generatosi, che ha portato a posizione difficili da decifrare come quella del Bayern Monaco, non facente parte del gruppo delle squadre fondatrici e ufficialmente contro il progetto in ambito calcistico, ma con la squadra di pallacanestro partecipante invece all’Eurolega.

Reazione di giocatori e allenatori

Sono stati tanti gli atleti e gli allenatori, anche di squadre fondatrici della Superlega, che si sono associati alle proteste dei tifosi. Tra essi Pep Guardiola, allenatore del team che forse più di tutti, insieme al PSG, rappresenta la potenziale influenza che il potere economico può avere nel calcio: il Manchester City. Squadra foraggiata economicamente da Mansur bin Zayd Al Nahyan, sceicco i cui investimenti negli ultimi dieci anni hanno superato il miliardo di sterline, portando un club di bassa caratura a diventare uno dei top club a livello internazionale. «Lo sport non è più sport se non esiste il rapporto tra fatica e risultato», ha dichiarato il suo allenatore in conferenza stampa facendo riferimento alla Superlega europea, «lo sport non è più sport quando la vittoria è garantita». «Non è uno sport quando non importa se perdi», ancora, «non è giusto che le squadre combattano al vertice e non possano qualificarsi».

Dura anche la presa di posizione di Gary Neville, ex colonna della nazionale inglese e del Manchester United, attualmente opinionista televisivo:

“Quello che stiamo vedendo è semplice avarizia, nient’altro. I proprietari dello United e del Liverpool ma anche del City e del Chelsea sono degli impostori, non hanno niente a che vedere con il calcio in Inghilterra. Questo paese ha più di 150 anni di storia calcisticamente parlando, a partire dai tifosi di questi club che per decadi hanno tifato e supportato la loro squadra in qualsiasi situazione. E sono loro che vanno protetti”.

Anche l’attuale stella del Manchester United, Bruno Fernandes, ha rilanciato contenuti a favore della Champions League sui suoi social accompagnati dalla frase «i sogni non si comprano», e quindi ponendosi contro il progetto nonché contro la decisione della proprietà del suo club. Ma questo è solo uno degli esempi di giocatori interessati che hanno preso posizione, come quelli di Joao Cancelo e di James Milner, rispettivamente di Manchester United e Liverpool.

Superlega europea

Pep Guardiola, allenatore del Manchester City (© Twitter)

E come hanno reagito i club?

Se inizialmente i club interessati si sono dimostrati compatti, con il passare delle ore la loro posizione è mutata. Con le proteste veementi dei tifosi e grazie al dibattito generato nel Paese, le squadre inglesi si sono defilate in blocco, mettendo così a repentaglio la fattibilità del progetto, di fatto almeno temporaneamente naufragato. Tra le italiane la prima a defilarsi è stata l’Inter, mentre in Spagna il Barcellona ha fatto sapere di aspettare la consultazione dei propri soci in merito alla decisione definitiva. Un fuggi fuggi generale che dunque, al netto di giudizi di valore sulla proposta, ha sicuramente decretato la vittoria almeno mediatica dei tifosi.

Ultimi sviluppi sulla Superlega Europea

Cosa è successo ultimamente? Dopo l’almeno momentaneo naufragio del progetto si è iniziato a parlare di possibili conseguenze per Juventus, Barcellona e Real Madrid, tre compagini ancora in qualche modo legate al progetto. Čeferin ha infatti lasciato filtrare notizie di possibili ritorsioni, con le tre società pronte a ricorrere in tribunale.

Una situazione che ha portato lo stesso numero uno dell’UEFA a precisare che «quello che mi lascia basito è che queste società fanno ancora pubblicamente parte della Superlega»,  ma poi «inviano una lettera per poter disputare la Champions League». Inoltre ha aggiunto delle frasi che valgono come monito per il futuro:

“Non possono paralizzare il calcio, ma solo se stessi. È strano vedere tre club che sono convinti di poter salvare il calcio con un’idea che nessuna altra società condivide”.

La Superlega europea ha risvegliato la coscienza collettiva?

Cosa è dunque successo in così poche ore? È successo che una grandissima moltitudine di persone si sia opposta in massa a una decisione che reputava ingiusta, contrastando dunque un modello che non rispecchiava un valore considerato imprescindibile come quello della meritocrazia. I critici hanno affermato di essere amareggiati per aver visto tutta questa unione d’intenti per una causa meno “importante” come quella del calcio e non in sede di battaglie per diritti civili, ad esempio. Coloro che hanno guardato con ottimismo a questa protesta hanno invece intravisto un grande potenziale in ottica futura, al grido di «se è successo nel calcio può succedere altrove». Non siamo ancora in grado di valutare quanto la vittoria dei tifosi sia stata mediatica e quanto sia stata effettiva, ma di una cosa siamo certi: un enorme gruppo di persone si è unito in nome di un concetto vitale e positivo come quello della meritocrazia.