Il ciclismo in Italia, una disciplina nobile e antica tra i primi sport riconosciuti a livello professionistico e internazionale. La prima gara su strada italiana si tenne nel 1870, molti altri Paesi ancora non avevano regolamentato questo sport. Il ciclismo agonistico ha scritto pagine importanti di storia; da Coppi, Bartali e Gimondi a Pantani e Nibali. Oggi più nessun corridore può vantare un palmarès al pari di questi giganti. Il ciclismo italiano è in crisi e urge tornare agli albori di un tempo.

Il ciclismo in Italia: amore o crisi

È uno degli sport più praticati a livello amatoriale, il ciclismo in Italia si guadagna il terzo gradino del podio. Secondo gli ultimi dati, risalenti al 2022, il 49% degli italiani possiede una bicicletta e il 37% la utilizza almeno una volta a settimana. Sul fronte agonistico il ciclismo sta attraversando una dura crisi, sempre meno talenti passano al professionismo e i numeri parlano chiaro. Al Tour De France 2023 sono solo 7 gli azzurri in corsa, sfiorato il record di partecipanti in negativo del 1983. Nel 1996 corsero 61 italiani. Ad abbassarsi è anche la qualità dell’agonismo; circostanza che si riflette sulla classifica generale del più famoso tour a tappe del mondo. Ciccone, il più forte italiano in gara, è solo ventiduesimo.

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Chi investe sul ciclismo

In Italia, dove le opportunità di fare ciclismo sono sempre state vantaggiose, si sta dando poco spazio per emergere. Nonostante il territorio sia uno dei più vari e ricchi al mondo, terreno prezioso di allenamento, sono troppi i talenti che interrompono la carriera prematuramente. Ci sono paesi del Nord ed Est Europa che stanno investendo tanto sul ciclismo sia a livello di squadre che individuale. Attualmente il più forte ciclista professionista è lo sloveno Pogačar. Danimarca e Norvegia stanno spingendo molto per inserire i propri atleti nei team migliori. Belgio e Olanda restano come sempre ancorati ai primi posti del ranking. Nel resto del mondo si vedono emergere America Centrale, alcune nazioni africane e Medio Oriente. Proprio Emirati Arabi e Bahrain finanziano due tra le più forti squadre in circolazione. Pogačar corre per l’UAE Team Emirates, di proprietà italiana dal 2005 al 2017, poi passata a un consorzio arabo.

Tutte queste realtà hanno scelto di voler puntare sul talento. Ricostruire una squadra da zero è una questione di soldi e fiducia; quella che molto probabilmente si è persa in Italia. Il ciclismo è per antonomasia lo sport nel quale gira più doping. L’ombra del passato ha fatto sì che l’Italia perdesse la credibilità del professionismo su bicicletta. Moltissimi appassionati e sostenitori si sono allontanati e di conseguenza anche gli sponsor, per paura di essere screditati.

Cambiare l’approccio al professionismo

In Italia i giovani non vengono accompagnati nel passaggio al ciclismo professionistico, ma vengono spinti senza scrupoli in un mondo di rivalutazioni. Quando si è campioni da dilettanti, non si ha la garanzia di continuare ad esserlo. Passare al professionismo vuol dire ricominciare dallo stato embrionale di gregari. Valerio Piva, Dirigente Sportivo in Belgio, racconta: “Il ciclismo in Italia corre troppo e vuole far fare ai ragazzi un’attività professionistica sin dalla categoria juniores. Da noi non esistono strutture dilettantistiche che ti pagano uno stipendio mensile. Ti mettono a disposizione materiali, ma la priorità è imparare, non vincere le corse. In Italia è esattamente il contrario“.

Da noi i talenti ci sono ancora, a volte si perdono a causa di convinzioni irreali. Le pressioni concorrono alla scelta di mollare quando l’aspettativa è troppo alta e sin dai 18 anni un ciclista italiano è chiamato a svolgere un lavoro da professionista, senza esserlo. Ma questo è uno sport faticoso, spietato e saper coltivare le giovani promesse diventa un processo delicato. Un’altra incognita è quella sui team. Senza investimenti e sponsor, non possiamo far correre squadre italiane. Se corressero team tricolori si darebbe più spazio ai nostri.

Il ciclismo in Italia deve essere più attento ai giovani

Ne ha parlato un italiano alla guida di uno dei team più titolati: la Soudal Quick-Step. Bisogna prendere esempio dai Paesi Emergenti, è importante avere fiducia nel ciclismo in un momento di crisi. L’investimento porta a un ritorno assicurato, ma bisogna partire dai giovani. “Io credo che le opportunità ci siano per tutti – afferma Bramati – nelle squadre più grosse ci sono grandi campioni, c’è più possibilità che i giovani debbano mettersi a disposizione. Un neo-professionista deve sapere che può fare il gregario, ma deve mantenere quello spirito, quella voglia di vincere che aveva da dilettante. Poi le possibilità vengono date a tutti“. Ricordiamoci quando Ganna, fresco di maglia rosa e campione mondiale a crono, dovette fare da gregario a capitan Bernal. In un team tutto italiano i ciclisti azzurri sarebbero più tutelati da questo punto di vista. Per adesso si riparte con buoni propositi da tre squadre della seconda divisione.

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Flavia Santilli

Studio presso l'Università degli Studi de L'Aquila. Ho collaborato con diverse testate. Sportiva agonista e istruttrice di nuoto. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista. E tu cosa stai aspettando?

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