Gli anziani possono vincere la solitudine vivendo rapporti significativi: è quanto emerge da uno studio dell’Università della Calabria. Le ricerche scientifiche mostrano i danni che l’isolamento può causare alle persone in età avanzata, ma ci indicano anche la strada per aiutarle e al contempo migliorare la nostra società, invitandoci a guardarle come una ricchezza da cui attingere.

Molti anziani soffrono di solitudine

La solitudine è compagna di molte persone anziane. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha osservato come tra il 2000 ed il 2019 il numero delle persone sole nel mondo sia in aumento, soprattutto tra gli over sessantacinque. In Italia, come riportato dall’ISTAT, i non più giovani sono quattordici milioni e costituiscono il 23% della popolazione; di questi, il 32% vive solo. Secondo il progetto di ricerca IN-AGE (acronimo di INclusive AGEing in place), un’ampia fetta di soggetti in età avanzata soffre un senso di isolamento che può arrivare a livelli profondi.

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Di questo male silente, definibile in termini generali come isolamento sociale percepito, nel senso di discrepanza tra le relazioni sociali attese e quelle reali, ne ha parlato in un’intervista a “Dire” Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana Psicogeriatria:

La solitudine è una compagna drammatica della terza età […] è un fenomeno rilevantissimo per la salute, che può avere conseguenze tanto di tipo clinico quanto psicologico.

Cosa dicono le ricerche scientifiche

Numerosi studi hanno indagato i danni sia fisici che psicologi che l’isolamento procurerebbe ai soggetti non più giovani. Una ricerca condotta in Giappone da un’equipe medica coordinata dal professor Satoshi Katano della Sapporo Medical University, per esempio, sostiene che la perdita del proprio ruolo sociale tra amici e familiari e la sensazione di essere inutili peggiorino il quadro clinico delle persone con patologie cardiache.

D’altra parte, uno studio dell’Università della Calabria, evidenzia come la solitudine aumenti il rischio di sviluppare disturbi depressivi e come il suo superamento dipenda dalla possibilità per l’anziano di instaurare rapporti significativi, cioè relazioni in cui sentirsi sostenuto ma anche utile al prossimo. Non sarebbe quindi importante la quantità dei rapporti, bensì la loro qualità. Tali considerazioni portano a vagliare quali strumenti siano davvero risolutivi per vincere l’isolamento.

“You are family” e “Together Old & Young”: progetti a confronto

Tra le iniziative finalizzate al superamento della solitudine figura l’app UAF (acronimo di “You are family”), mediante cui gli anziani possono avvalersi di giovani che, dietro compenso da parte dell’azienda sostenitrice, possano affiancarli in attività come imparare a utilizzare i social. L’interrogativo che si pone è se tale tipo di rapporto, fondato sulla retribuzione e non sulla gratuità propria di una relazione autentica, possa avere valore reale.

Più aderente alla visione dello studio calabrese sembra essere il progetto TOY (acronimo di Together Old & Young), incentrato sull’apprendimento intergenerazionale e promosso dalla Comunità Europea a partire dal 2012. L’apprendimento intergenerazionale è un approccio educativo, che vede bambini della prima infanzia ed anziani coinvolti attivamente nello scambio di conoscenze e nella produzione comune di contenuti culturali.

Il progetto TOY sul territorio

Tale progetto ha visto la luce in Paesi come Italia, Spagna, Polonia e Portogallo, dove tramite la collaborazione di università, ONG e Comuni hanno avuto luogo iniziative in cui bambini e soggetti in età avanzata, con il sostegno di psicologi ed educatori, hanno interagito attraverso attività come la narrazione di storie, il disegno e la cucina.

Secondo i dati analizzati da TOY, gli incontri hanno apportato benefici sia agli ultrasessantenni, che sentendosi utili hanno dichiarato di aver percepito meno il senso di solitudine, sia ai piccoli; gli anziani, infatti, rappresentando un collegamento vitale con il passato, sono depositari della memoria collettiva ed aiutano l’infante a costruire la propria identità.

Gli anziani come patrimonio della società

Gli over sessantacinque rappresenterebbero quindi una risorsa che, come afferma la professoressa Marisa Musaio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dovrebbe essere recuperata per il benessere dell’intera società. Come scrive Musaio, l’anziano “ha smesso di rappresentare il principio che predeterminava dall’esterno la relazione tra generazioni in vista di un impegno comune per la costruzione di un progetto di vita e di solidi legami tra adulti. L’identità anziana vale prevalentemente come destinataria di interventi, e il non essere riconosciuta in una sua autonoma titolarità non fa che accrescerne il senso di solitudine”.

L’isolamento delle persone in età avanzata, dunque, sembra derivare in realtà da una società che ha interrotto il dialogo con la fonte della propria saggezza. Il quesito che si pone è se, in ultima analisi, il prezzo più alto della solitudine in cui gli anziani versano sia pagato dalle generazioni più giovani, che restano prive di quell’insieme di ideali e valori che fondano la convivenza sociale. Musaio ritiene che il superamento della solitudine richieda un cambiamento nel modo in cui la società guarda alla persona anziana, ricreando un dialogo empatico con la sua interiorità capace di insegnare, al contempo, a colui che la ascolta.

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Carlotta Mantovani

Mi sono laureata in filosofia per cercare di comprendere il fondamento dei fenomeni. Questo interesse si è poi veicolato verso la dimensione morale, portandomi a cercare di analizzare le questioni inerenti la società e le nuove tecnologie. Vorrei fornire un’informazione capace di abbracciare questi temi prospettando anche soluzioni alla complessità della realtà. Da qui la scelta del giornalismo costruttivo. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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