Una scelta socialmente sostenibile nel segno dell'aiuto reciproco.
Di cohousing se ne parla dagli anni '60, ma in Italia è una pratica ancora poco diffusa, seppur sia un'ottima risposta all'attuale quadro demografico. Da quasi un decennio i dati sulla solitudine crescono in tutto il mondo. I dati Istat del 2019 evidenziano che l’11,7% della popolazione ha più di 75 anni e di questi il 38,2% vive da solo. La pandemia ha solo reso più chiaro lo scenario.

Inoltre nel report “La solitudine dei numeri primi” si inserisce nell’ambito del progetto di ricerca INclusive AGEing in place (IN-AGE) si affronta il tema della condizione di fragilità delle persone anziane e i relativi rischi di isolamento sociale: la ricerca riporta che le persone over 74 che vivono sole sono 2,5 milioni e costituiscono il 40% del totale. Le previsioni dicono che nel 2045 gli over 65 saranno un terzo della popolazione, pari al 33,7% e il 78% della popolazione vivrà nelle città con potenziale aumento dei casi di solitudine. Aumenteranno anche le persone non autosufficienti: 300 mila in più nel 2025, un aumento di 1.250.000 al 2045 e 850 mila nel 2065.

Il cohousing migliora la qualità della vita
La residenza condivisa è una soluzione efficace al quadro demografico prospettato dai dati statistici. Nato come risposta a questioni economiche e ambientali - da un lato legate ai costi di acquisto o di affitto di un immobile, dall'altro all'impatto sull'ecosistema in termini di sostenibilità - il cohousing consiste in forme di coabitazione dove a corredo degli spazi privati sono previste aree in comune destinate all’uso collettivo. Si incoraggia in questo modo la socialità, l’aiuto reciproco, il miglioramento della qualità della vita e . . .

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