Il modello islandese “Youth in Iceland” è nato nel 1998 grazie al gruppo di lavoro dell’ISCRA Centro islandese per la ricerca sociale e l’analisi come apripista delle iniziative di prevenzione contro varie forme di dipendenza tra cui quella da droghe, una piaga che affligge moltissimi giovani.

Questo modello di prevenzione, definito “community-based”, individua nelle relazioni sociali (di un certo tipo) il principale deterrente. I risultati sorprendenti che ha portato l’hanno reso un esempio di scalabilità perfetta nel contrasto del fenomeno. In Sud America, un Paese che ha accolto questo metodo è stato il Cile, che l’ha adottato sul proprio territorio con un lavoro di adeguamento alle condizioni socio-culturali ed economiche del proprio specifico contesto, diverso da quello di provenienza.      foto di lorena contreras escudero

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Ne abbiamo parlato con la psicologa Lorena Contreras Escudero, membro della Clínica Psiquiátrica de la Universidad de Chile che si occupa del progetto di ricerca e di adattamento del Modello Islandese di prevenzione in Cile, con riferimento al programma internazionale Planet Youth.

Qual è il contesto di partenza del Cile sulle dipendenze dei giovani?

«Nel 2017 il Cile aveva il maggior tasso di consumo di marijuana del blocco latinoamericano. Di pari passo anche l’alcol, che nel nostro Paese implica l’assunzione quasi esclusiva di superalcolici  e si traduce nel consumo episodico intenso. Era emerso infatti che il 60% dei minori beveva più di cinque unità di alcol in una sola sera. Il consumo poi è sceso con la pandemia per via del confinamento sociale e delle chiusure dei luoghi di vendita ma secondo me si tratta di un arresto forzato e temporaneo».

Come è arrivato il modello islandese fino all’altro emisfero?

«Nel 2017 un gruppo di psichiatri e pediatri analizzò i risultati ottenuti in Islanda, dove c’era stato un abbassamento del 50% sull’incidenza del consumo di droghe in poco più di un decennio. Così iniziò l’advocacy: l’Università cattolica organizzò un convegno sulla prevenzione della dipendenza da droghe in cui presenziò anche il sindaco di Reykjavík, che presentò il modello e le sue potenzialità. Nel 2018 partì così un progetto pilota su sei comuni, con l’appoggio dei rispettivi sindaci e fu delineato il team a cui io stessa appartengo, per tradurre ed adattare il modello alle caratteristiche costitutive del Cile. Dopo questa fase, finalmente approntammo il nostro questionario per sottoporlo al campione dei giovani scelti e alle loro famiglie, per un totale di 7354 studenti. Nei risultati abbiamo analizzato la variabile di prevalenza comparata con i fattori “protettori” del rischio. Inoltre è stato fondamentale lo studio svolto dal Servizio nazionale per la prevenzione e la riabilitazione del consumo di droga e alcol – SENDA – per individuare i fattori di rischio che differivano dal modello originale».

Il governo cileno ha sostenuto l’iniziativa?

«Fin dagli albori, il governo si è fatto propulsore del progetto, per replicare e “catturare” l’efficacia degli esiti. Originariamente era previsto un progetto pilota nel quinquennio 2018-2022 solo per valutarne la “fattibilità”. Invece, con il cambio dal governo socialista di Bachelet al liberale conservatore di Piñera, nel 2019 fu esteso il modello a tutto il Paese, coinvolgendo oltre 200 comuni. Noi come team, i ricercatori e le autorità comunali, abbiamo lavorato insieme per concretizzare parallelamente i percorsi. Il nostro, ristretto ma approfondito grazie al monitoraggio dei sei comuni pionieri, attraverso riunioni settimanali con le autorità locali per i primi due anni. Così abbiamo elaborato una strategia di azione sul territorio appositamente cucita sui nostri primi risultati, condivisa poi con il governo e l’agenzia anti-droga. Il loro progetto invece aveva strumenti e disponibilità diverse, ma un raggio molto più vasto. Per entrambi, la loro forza è stata anche una debolezza. Nel loro caso però, nonostante risultati più nebulosi e parziali, sono riusciti con autorevolezza a promuovere in modo capillare il coinvolgimento in nuovi centri».

Quali sono state le “differenze” da superare?

«L’Islanda conta su quattro perni fondamentali “protettivi”: genitori, scuola, sport e attività extracurricolari. Allo sport, ad esempio, sono dedicate molte ore alla settimana, le strutture sono sostenute da grandi finanziamenti e le attività competitive e sfidanti. C’è persino una tessera per il tempo libero da guadagnarsi, con cui accedere a ulteriori attività culturali e ricreative. In Cile non c’è lo stesso controllo né investimento, per cui risulta un attività a rischio “dispersione”. Inoltre i due Paesi differiscono nel coinvolgimento familiare; nel nostro caso c’è verso i figli ma non contempla socialità e condivisione tra genitori, che dunque non fanno squadra per intercettare le condizioni predittive della dipendenza da droghe».

Quali fattori influenzano maggiormente la buona riuscita della pratica “importata”?

«Sostanzialmente due. Le dimensioni, da cui dipende la pervasività della comunicazione istituzionale, e la spesa pro capite. L’Islanda ha gli abitanti di un comune cileno e quindi ha potuto applicare il proprio modello, non solo con più risorse, “limitandosi agli aspetti soft”. In Cile invece, ci sono state più restrizioni fisiche e cambi normativi da intraprendere, per limitare l’accessibilità dei luoghi in cui reperire alcol (ad esempio) ed evitare che questa sia la “droga da inizio, verso la carriera di consumo futura” che qui combattiamo ogni giorno».

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Roberta Nutricati

Roberta Nutricati

Laureata in Lettere Moderne a Siena e in Relazioni Internazionali a Torino. Dopo aver vissuto e lavorato in Spagna per un anno, ho conseguito un master in Europrogettazione e il riconoscimento alla Camera dei Deputati come Professionista Accreditata presso la Fondazione Italia-USA a Roma. Collaboro con il settimanale TheWise Magazine e scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare pubblicista.

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