Grazie all’impegno dei Mirarr, uno dei numerosi popoli indigeni che vivono in Australia, il 26 luglio scorso il governo di Canberra ha deciso di interrompere l’estrazione di uranio dal giacimento di Jabiluka, uno dei più ricchi al mondo, e di avviare una collaborazione per incorporare questo territorio, sacro ai Mirarr, nel Parco Nazionale di Kakadu.

Questa decisione cade a pochi giorni dalla Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, una celebrazione indetta dalle Nazioni Unite per il 9 agosto, per far riflettere sul contributo fondamentale dei popoli inidigeni nella salvaguardia del pianeta e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di assicurare loro maggiori tutele contro le minacce dei cambiamenti climatici e dello sfruttamento economico.

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Chi sono i popoli indigeni?

Come riconosciuto dall’ONU, i popoli indigeni sono i discendenti di coloro che abitavano una terra prima che le comunità ora dominanti vi si insediassero. Attualmente, si stima che vi siano circa 476 milioni di indigeni nel mondo, distribuiti in oltre 90 Paesi. Queste comunità custodiscono tradizioni, lingue e pratiche uniche, che permettono loro di mantenere una forte connessione con le terre in cui vivono.

A tal proposito, le conoscenze tradizionali dei popoli indigeni sono fondamentali nel contrasto dei cambiamenti climatici e nella conservazione della biodiversità. Per esempio, una ricerca dell’Università di Sheffield, mostra come, ai tropici, i territori gestiti direttamente dalle comunità indigene presentino tassi di deforestazione più bassi del 20% rispetto alle aree non protette.

Ciononostante, i popoli indigeni affrontano spesso situazioni di discriminazione, di marginalizzazione economica o di espropriazione dei territori. Per questo motivo, negli ultimi anni, sono state introdotte alcune misure per tutelarne i diritti e la sopravvivenza.

Gli accordi internazionali per proteggere i diritti delle persone indigene

L’Accordo di Escazú, del 2018, è un trattato sui diritti ambientali, che assicura la partecipazione pubblica degli attivisti, tra cui figurano molte persone indigene, e garantisce il loro diritto a vivere in un ambiente sano e libero da minacce e restrizioni.

Un altro provvedimento importante è la Dichiarazione sui Diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP), del 2007, che stabilisce il diritto dei popoli indigeni a preservare le proprie terre e a rafforzare le proprie istituzioni, culture e tradizioni.

Infine, la Convenzione n. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), del 1991, mira a prevenire le discriminazioni contro i lavoratori indigeni, ad assicurare loro il diritto a partecipare ai processi decisionali e a garantire il rispetto delle loro culture.

Ciononostante, permangono alcune discrepanze tra il riconoscimento formale dei diritti e la loro effettiva attuazione, come nel noto caso di “Standing Rock”, una riserva indiana tra Sud e Nord Dakota, dove varie tabù native dal 2016 si sono scontrate contro la decisione del governo federale, di proseguire la costruzione dell’oleodotto “Dakota Access Pipeline”, senza però riuscirci. Sebbene infatti minacci le terre e le risorse dei popoli nativi, nel 2021 l’oleodotto ha avuto l’autorizzazione legale a a procedere.

L’esempio dei popoli indigeni

Gli accordi internazionali hanno comunque consentito progressi significativi nella tutela dei diritti indigeni e una crescente valorizzazione del loro contributo.

La COP15 di Montreal, del 2023, ha ufficialmente riconosciuto il ruolo fondamentale dei popoli indigeni nella conservazione della biodiversità, sottolineando come le terre gestite dagli indigeni, pur rappresentando solo il 5% delle terre globali, ospitino l’85% della biodiversità mondiale. Ma non solo.

Negli ultimi anni, oltre a Jabiluka, i popoli indigeni hanno raggiunto alcuni risultati importanti. Nel 2019, la tribù dei Cofán in Ecuador, dopo molte proteste, è riuscita a fermare le attività di una compagnia mineraria che aveva avviato operazioni estrattive nei loro territori.

Nel 2016, invece, la tribù dei Munduruku, in Brasile, è riuscita a bloccare il progetto per la realizzazione della diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós. La costruzione dell’impianto, che sarebbe stato uno dei più grandi del Brasile, avrebbe fatto deviare il corso del fiume Tapajós, inondando gran parte delle terre dei Munduruku. Grazie all’impegno della tribù, il progetto non ha superato la valutazione di impatto ambientale ed è stato bloccato.

In un mondo in cui si parla sempre più spesso dei costi sociali della transizione ecologica, i popoli indigeni portano avanti un modello alternativo di sviluppo, basato sulla pratica di conoscenze millenarie e sulla riconnessione con la natura. Un esempio da seguire per porre fine allo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, all’eccessivo consumismo, ma soprattutto per costruire insieme un pianeta più giusto e sostenibile.

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Marzio Fait

Marzio Fait. Mi occupo di comunicazione per il non-profit. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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