Dal 7 al 19 dicembre Montréal ha ospitato la COP 15, la Conferenza delle Nazioni Unite sulla diversità biologica.

La conferenza si è conclusa con l’adozione del Global Biodiversity Framework (Quadro Globale per la Biodiversità Kunming-Montréal), un accordo che prevede l’estensione delle aree protette e un aumento dei fondi destinati alla loro protezione, con l’obiettivo di preservare con maggiore impegno la biodiversità, ovvero l’insieme di habitat e organismi che popolano la Terra. In particolare, l’intesa comprende quattro obbiettivi e ventitré target che sarà necessario raggiungere entro il 2030 per arrestarne e invertirne la perdita.

Sebbene presenti qualche zona d’ombra, il Global Biodiversity Framework rappresenta un argine importante contro la crisi ambientale planetaria. Infatti è il primo accordo globale che garantisce la stabilità dei servizi ecosistemici fondamentali per la sicurezza umana, lo sviluppo economico, la tutela della natura e la lotta contro il cambiamento climatico.

Cosa prevede l’accordo raggiunto alla COP 15

L’accordo prevede che le aree terrestri e marine protette, ora rispettivamente al diciassette e al dieci per cento, diventino il trenta per cento entro il 2030. Nei prossimi sette anni, quindi, i Paesi firmatari dovranno impegnarsi per dare vita a nuovi parchi e aree marine e porre fine al consumo di suolo, alla cementificazione e alla deforestazione.

Il Global Biodiversity Framework, inoltre, include la raccolta di duecento miliardi di euro per sostenere politiche volte a difendere e promuovere la biodiversità, mentre almeno venti miliardi saranno destinati ai paesi più poveri. Cifra, questa, che dovrebbe salire a trenta miliardi entro il 2030. La tutela della biodiversità e la rigenerazione degli ecosistemi degradati, poi, saranno sostenuti con l’introduzione di nuovi strumenti economici, come green bonds biodiversity credits.

Ma non solo. Come riporta Materia Rinnovabile, entro il 2030 l’accordo prevede di eliminare gradualmente, o quantomeno riformare, i sussidi che danneggiano la biodiversità e di aumentare gli incentivi positivi per la sua conservazione. Un aspetto di fondamentale importanza: l’eliminazione dei sussidi che danneggiano la biodiversità potrebbe aprire la strada per l’inclusione di un’intesa simile sulla riduzione dei sussidi alle fonti fossili nel prossimo negoziato sul clima, la COP 28 di Dubai.

Il testo dell’accordo, infine riserva grande attenzione alle popolazioni indigene, da sempre soggette a violazioni dei diritti umani, violenze e accaparramento di terre. Sebbene rappresentino solo il cinque per cento dell’umanità, proteggono circa l’ottanta per cento della biodiversità terrestre e come dimostrano numerosi studi sono le sue custodi più fedeli. L’accordo prevede che il loro operato venga salvaguardato e i loro modelli di conservazione presi ad esempio.

La presidenza della COP 15 esulta per l'adozione del GBF.

La presidenza della COP 15 esulta per l’adozione del Global Biodiversity Framework.

Un bilancio dell’accordo

Come riporta Materia Rinnovabile, con il Global Biodiversity Framework la presidenza cinese ha raggiunto un’intesa molto importante. Per cercare un compromesso rapido, però, ha forzato l’accordo, ignorando le obiezioni di alcuni Stati, soprattutto quelli africani, che chiedevano maggiori fondi per la conservazione, e ha fatto qualche concessione di troppo, soprattutto sugli impegni del mondo industriale, sui pesticidi e sui meccanismi di verifica.

Come afferma il giornalista di Domani Ferdinando Cotugno, poi, si è confuso lo strumento (l’aumento di aree protette) con il fine (ossia fermare la perdita di biodiversità). Il fatto che da qui al 2030 aumenteranno il numero di parchi e di aree marine protette non significa che si porrà fine al problema della perdita di biodiversità.

Entro la fine del secolo, infatti, rischiamo di perdere il dieci per cento degli animali e delle piante tutt’ora esistenti sul pianeta. Secondo le stime del Paulson Institute per fermare questo scenario servono settecento miliardi di dollari all’anno. Il Global Biodiversity Framework ne mobilita duecento, quasi tutti da finanza privata e filantropia.

Inoltre, sebbene l’accordo preveda obiettivi e meccanismi di valutazione, non è legalmente vincolante e non prevede sanzioni particolari per quei Paesi che decidono di non rispettarli. I governi avranno sì il compito di dimostrare i loro progressi nel raggiungimento degli obiettivi con piani nazionali per la biodiversità, simili ai contributi nazionali determinati che i Paesi utilizzano per dimostrare i progressi nel raggiungimento dell’accordo sul clima di Parigi, ma l’unico vero meccanismo di copertura del testo sarà l’attenzione della società civile e della politica, che però sulla crisi della biodiversità è al minimo storico.

In ogni caso, come riporta Emanuele Bompan su Materia Rinnovabile, il bilancio dell’accordo è tutto sommato positivo: ci sono numerosi impegni ambiziosi, una struttura finanziaria adeguata e alcune pietre miliari, come il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene sull’autodeterminazione nella gestione delle risorse naturali. Quello raggiunto a Montréal non è un accordo perfetto e da solo non basterà a invertire la rotta, ma costituisce una base per indirizzare l’azione.

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Marzio Fait

Marzio Fait

Marzio Fait. Studio European and International Studies presso l'Università di Trento e collaboro con alcuni blog e riviste. Mi occupo di politica, ambiente e cibo.

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