La polarizzazione sta progressivamente diventando il linguaggio dominante del nostro tempo. Politica, religione, sport: ogni ambito sembra organizzato attorno alla contrapposizione del “me contro te”. Essere “pro” qualcosa implica quasi automaticamente essere “anti” qualcos’altro. Ma questa narrazione, per quanto diffusa, non è l’unica possibile. E soprattutto non è l’unica già in atto.

Tre elementi per superare il “me contro te”

Il primo elemento è certamente la consapevolezza dell’identità: sapere cosa si è, senza bisogno di definirsi per contrasto all’opposto o al “nemico”. Se tifi per una squadra hai la sua storia che ti qualifica. Nel calcio, come in altri sport, non si può essere sempre vincenti, ma ereditare tutto quello che ha reso importante il proprio club, è già motivo di orgoglio.

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Il secondo elemento è la competenza nel confronto: saper discutere senza trasformare ogni differenza in uno scontro. Questo aspetto deriva ovviamente dal precedente. Appartenere a una ideologia, a una religione, a una realtà sportiva significa conoscerne i valori fondamentali. Deve essere la conoscenza dei propri ideali a fare la differenza. Altrimenti l’appartenenza resta un modo sterile di identificazione, che può sfociare facilmente nelle logiche del “me contro te”.

Il terzo elemento è la responsabilità relazionale: riconoscere che il modo in cui si esprimono le proprie idee incide sulla qualità dello spazio condiviso. Qui subentra anche l’indole caratteriale, come pure il contesto relazionale. Un dialogo pacato, sereno, costruttivo, per quanto possa accrescere le divergenze, può altresì condurre ad arricchire il proprio bagaglio culturale e le convinzioni personali.

Queste modalità di approccio non richiedono la rinuncia alle proprie convinzioni. Al contrario, le rafforzano. Perché un’idea solida non teme il confronto: lo attraversa.

Come costruire ponti e non muri

In diversi contesti, spesso lontani dai riflettori, stanno emergendo pratiche che dimostrano come sia possibile mantenere un’identità forte senza trasformarla in opposizione permanente. Non è un’utopia: è un cambiamento silenzioso, fatto di comportamenti concreti.

Nel mondo del lavoro, ad esempio, team sempre più eterogenei per idee e background riescono a collaborare non perché annullano le differenze, ma perché imparano a gestirle. La competenza non passa dalla vittoria sull’altro, ma dalla capacità di integrare punti di vista diversi. Proprio questa interpolazione rappresenta la chiave del successo delle grosse aziende, in cui settori a produttività specifica devono contribuire, e non contrapporsi, per raggiungere l’obiettivo principale, vale a dire la crescita.

Anche nello spazio pubblico si moltiplicano esperienze di dialogo strutturato: gruppi civici, forum locali, iniziative di confronto tra cittadini con orientamenti opposti. Funzionano quando spostano il focus dalla convinzione all’ascolto, dalla reazione alla comprensione. Non eliminano il conflitto, ma lo rendono costruttivo.

Perfino nello sport, terreno storicamente segnato dalla logica del “me contro te”, si intravedono segnali diversi. Progetti educativi in età scolastica, comunità di tifosi che promuovono un tifo identitario ma non ostile. L’obiettivo è palese: sostenere la propria squadra non implica delegittimare l’altra. In quest’ottica, sono da apprezzare i gemellaggi tra città: l’incontro agonistico diventa anche un’occasione per una gita, per godersi non solo la partita ma anche le bellezze della città.

Il ruolo costruttivo dell’informazione

Il ruolo dell’informazione in questo scenario, ha un ruolo decisivo. In un mondo iperconnesso, in cui tra informazione televisiva, carta stampata, social, ogni cosa che succede nel mondo viene raccontata in tempo reale, il “me contro te” viene spesso alimentato proprio dalle modalità comunicative.

Raccontare lo scontro, in modalità “cronaca pura”, significa spesso amplificarlo. Dibattiti televisivi tra autorevoli esperti (sportivi, politici, sociali) che già dopo pochi minuti si trasformano in accesi confronti a decibel sostenuti, possono solo accentuare le divergenze e creare polarizzazione tra opposte opinioni o faziosità.

Viceversa raccontare anche le possibili soluzioni o le alternative, come fa il giornalismo costruttivo, significa rendere visibile, e quindi praticabile, il confronto costruttivo. Non si tratta di edulcorare la realtà, ma di restituirla all’utente nella sua interezza. Dove esiste conflitto, ma esistono anche strumenti per gestirlo. Dove esistono divisioni, ma anche modi per attraversarle senza trasformarle in fratture permanenti.

In un tempo che spinge a scegliere da che parte stare, forse la notizia più rilevante è un’altra: si può stare da una parte senza essere contro l’altra. Forse non serve immaginare un mondo nuovo. Serve accorgerci che esiste già, ogni volta che qualcuno sceglie di non ridurre la propria identità a un’opposizione. È un mondo meno rumoroso, ma infinitamente più solido.

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Un giornalista si intervista allo specchio

Michele Vetrugno

Michele Vetrugno, medico oculista da più di 30 anni, con la passione per la chirurgia e la scrittura. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su tematiche di ricerca clinica e chirurgica.

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