Nelle due indagini della Coldiretti effettuate nel 2021, dopo il lockdown, è stato registrato che quasi il 45%  degli italiani coltiva frutta e verdura in giardini, terrazzi e orti urbani. Inoltre, secondo i dati Istat, già nel 2019 vi erano due milioni di metri quadrati adibiti a orti urbani con una un aumento, nei pregressi cinque anni, del 18% di richiesta, da parte di privati cittadini, di utilizzare terreni di proprietà comunale per la coltivazione.

Gli orti urbani sono lotti di terreno di proprietà dei comuni dati in concessione a privati per la coltivazione a uso familiare. Questi appezzamenti di terreno sono oggi una realtà nelle città italiane e il Parlamento sta decidendo di regolare la materia dei contratti con una legge nazionale. 

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La coltivazione dentro le città nasce per la prima volta in Italia durante la Seconda guerra mondiale come orti di guerra. Per far fronte alla carenza di approvvigionamenti, il governo fascista invitava la popolazione a coltivare verdure e legumi dentro gli spazi verdi delle città. Conclusasi l’emergenza storica del bisogno alimentare, gli orti urbani spariscono dalla fisionomia topografica delle città.

Intorno al 2010, alcuni Comuni italiani, ispirandosi a esperienze straniere, al fine di combattere il degrado di aree urbane abbandonate a discariche a cielo aperto, iniziano a dare in gestione a privati aree verdi della città per la loro riqualificazione. Nello stesso tempo cresce il bisogno da parte degli stessi abitanti di recarsi presso i propri Comuni e circoscrizioni metropolitane per denunciare la decadenza ambientale delle aree in cui vivono e a richiederne l’assegnazione ai fini del loro recupero.

Le caratteristiche degli orti urbani

In attesa di una legge parlamentare nazionale, al momento sono i comuni che regolano le norme della materia tramite bando. Per alcune amministrazioni la richiesta può essere presentata da privati, altre richiedono la costituzione di associazioni del terzo settore, con la specifica degli amministratori e soci e la dichiarazione della finalità di bonifica del terreno.

Nella delibera comunale che assegna in concessione la gestione dell’area verde ai cittadini è definito il periodo del contratto.  Il tempo della concessione di solito varia dai 4 ai 6 anni ed è rinnovabile. Nell’accordo vengono altresì specificate le responsabilità della gestione dell’area pubblica, l’obbligo di migliorare il terreno adibendolo a orto recintato, il pagamento di un piccolo canone e delle bollette di acqua e luce. Nel contratto sono altresì specificati i divieti di usare pesticidi e anticrittogamici per una sostenibilità ecologica e la non commercializzazione dei prodotti della terra in quanto finalizzati all’autoconsumo familiare degli assegnatari.

I cittadini in autogestione dividono il terreno assegnato in lotti dove ognuno è responsabile del proprio orto. Ogni qualvolta si libera un appezzamento,  questo viene riassegnato ad un altro ortista-socio che ne abbia fatto richiesta e per auto-finanziare le spese si organizzano pranzi sociali.

I benefici degli orti urbani: aree bonificate, socialità, mangiar sano e sviluppo sostenibile

Maurizio Bergamaschi, docente dell’Università di Bologna in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio, evidenzia come il fenomeno degli orti abbia generato nuove geografie urbane. La capillare richiesta a livello nazionale di partecipazione da parte dei cittadini all’occupazione delle terre pubbliche viene dal basso ed è di dimensioni popolari.  Vi è da parte degli abitanti un ripensamento radicale dello spazio, che nasce dal bisogno di vivere in una città più sostenibile, ridisegnata con spazi verdi in micro-scala.

La domanda del privato di riappropriazione collettiva degli spazi cittadini vissuti con partecipazione condivisa è, in realtà, una richiesta di cambiamento urbano in una nuova forma di socialità. L’appropriazione del suolo è reale, ma densa di significati simbolici. Il singolo è coinvolto in modo diretto, partecipa come soggetto politico responsabile nella gestione di spazi pubblici. Avviene un empowerment individuale e collettivo e l’abitante, con il suo attivismo, si trasforma in co-produttore dello spazio pubblico.

I pionieri innovativi del recupero delle aree urbane degradate costruiscono una “nuova società”, dove prevale il valore del legame sociale. Dentro e intorno agli orti comunitari si ricostruiscono le relazioni tra gli abitanti del quartiere e si rigenera il tessuto urbano tramite pratiche sociali.

La condivisione degli stessi valori

L’orto da oltre un decennio è diventato per i cittadini un punto di associazione in forma cooperativa e coltivare insieme rappresenta un inizio di percorso di vita in comune basato sugli stessi valori. L’aggregazione della comunità si basa infatti sulla convivialità, il vivere a contatto con il verde, mangiare sano senza pesticidi, la condivisione di spazi pubblici con sostenibilità ambientale e, a dispetto della povertà di mezzi impiegati, la co-produzione in auto-organizzazione.

In quest’ottica, l’orto soddisfa i bisogni sociali del cittadino di progettare il proprio futuro. Con il divieto di vendita dei prodotti, l’orto è liberato dal valore di scambio commerciale e affiorano i suoi usi primari, in primis la partecipazione degli abitanti del quartiere. Le istituzioni favoriscono le iniziative in quanto si inseriscono negli obiettivi indicati dall’UE e dall’Agenda 2030 dell’ONU al fine di promuovere azioni globali per lo sviluppo sostenibile.

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Lucia Massi

Lucia Massi

Avvocata, assistente universitaria in U.S.A., interprete del tribunale di Roma e promotrice di cultura italiana presso la F.A.O. Le lauree conseguite in Italia e all’estero, incluso un Ph.D. presso la Columbia University di New York, attengono alle discipline giuridiche e letterarie. Laureata in giornalismo, collaboro con BuoneNotizie.it.

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