L’Unione Europea sta prendendo provvedimenti concreti contro l’industria del fast fashion, letteralmente moda veloce, con una nuova legge, la Corporate sustainability due diligence directive (Csddd), che mira a ridurre l’impatto ambientale e sociale di uno dei settori più inquinanti al mondo. L’approvazione di nuove direttive che obbligano i marchi a rispettare standard di sostenibilità e diritti umani, rappresenta un passo avanti verso una produzione tessile più responsabile.
Tuttavia, queste misure si scontrano con il modello economico di aziende come Shein e Temu, che fondano il loro successo su una produzione massiccia, rapida e a costi ridotti. L’UE riuscirà a cambiare il volto dell’industria della moda?
Fast fashion: un problema ambientale
In Europa ogni anno si accumulano 5,8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, quasi 11 kg a persona e di questi solo l’1% viene riciclato. Un dato impressionante se si pensa a quante risorse sono necessarie per creare questi capi. La produzione tessile, infatti, ha bisogno di utilizzare molta acqua, terreni e altri materiali. Alcune stime hanno indicato che per fabbricare una sola maglietta di cotone occorrono 2.700 litri di acqua dolce.
La produzione di abiti a basso costo è, a tutti gli effetti, una delle cause dell’inquinamento globale. Circa il 20% dell’acqua potabile è inquinata a causa dei vari processi a cui i prodotti vanno incontro, come la tintura e la finitura. Inoltre, si calcola che l’industria tessile sia responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio. Il fast fashion ha un impatto troppo elevato sulle persone e sul pianeta.
La nuova normativa UE
Dopo molti rinvii, l’Europa è riuscita ad adottare una legge che promette di rivoluzionare la sostenibilità nell’industria tessile. Il Parlamento europeo ha approvato la Corporate sustainability due diligence directive (Csddd), cioè regole che obbligano le aziende a controllare, gestire e minimizzare il loro impatto negativo sull’ambiente e sui diritti umani.
In particolare, la direttiva richiede a tutte le aziende di mappare le proprie filiere produttive, valutare i rischi ambientali e sociali e implementare un sistema di monitoraggio e report integrato nelle loro politiche interne. In passato, solo le imprese più orientate alla sostenibilità si occupavano di queste analisi, ma ora tutte, a partire dalle più grandi, dovranno monitorare e rendere trasparenti i loro impatti e sviluppare azioni correttive.
“I consumatori da soli non possono riformare il settore tessile globale attraverso le loro abitudini di acquisto. Se lasciamo che il mercato si autoregoli, lasciamo la porta aperta a un modello di fast fashion che sfrutta le persone e le risorse del pianeta – ha affermato l’eurodeputata Delara Burkhardt durante la presentazione della strategia UE per un tessile sostenibile – l’Ue deve obbligare legalmente i produttori e le grandi aziende di moda a operare in modo più sostenibile“.
I blocchi alle aziende ultra fast fashion
Negli ultimi vent’anni, i ritmi frenetici del settore moda hanno trasformato profondamente il modo in cui ci si rapporta all’abbigliamento, influenzando anche chi, normalmente, eviterebbe l’acquisto di prodotti fast fashion. Questo ha promosso il culto del ricambio continuo e della gratificazione istantanea, spingendo verso acquisti frequenti e spesso non necessari. Solo nel 2023 sono stati importati in Europa 2,3 miliardi di articoli low cost, poco costosi ma anche di scarsa qualità.
L’UE è però pronta a valutare dazi doganali sui prodotti acquistati da rivenditori online cinesi come Shein e Temu, con l’obbiettivo di fermare l’aumento degli articoli di bassa qualità. Una delle misure in discussione è l’eliminazione dell’attuale soglia di acquisto, equivalente a 150 euro, al di sotto della quale gli articoli possono essere comprati senza imposizioni doganali.
“Affronteremo le sfide con le piattaforme di e-commerce per garantire che i consumatori e le imprese beneficino di condizioni di parità basate su efficaci controlli doganali, fiscali, di sicurezza e di standard di sostenibilità“, ha affermato Ursula von der Leyen durante il discorso che ha preceduto le votazioni per la sua riconferma nel ruolo di presidente della Commissione europea.
In un periodo di crisi economica, è comprensibile il desiderio di acquistare capi a prezzi accessibili. Tuttavia, la crescente consapevolezza ambientale, soprattutto tra i giovani, sta spingendo sempre più consumatori a fare scelte più etiche. Piuttosto che seguire i ritmi imposti dall’industria della moda, molti scelgono alternative sostenibili come il riuso, il riciclo o brand che puntano sulla qualità e sul rispetto per l’ambiente. Questa tendenza suggerisce che il cambiamento è possibile, senza rinunciare allo stile.