In un mondo segnato da eventi climatici sempre più estremi, il concetto di rifugio climatico sta emergendo come una delle possibili soluzioni per affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Ma cosa si intende davvero con questo termine? E perché oggi se ne parla così tanto? Scoprilo in questo articolo.

Cos’è un rifugio climatico?

Un rifugio climatico è un’area geografica che, per caratteristiche ambientali, climatiche e infrastrutturali, risulta meno vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici rispetto ad altre zone del pianeta. Questi luoghi godono, per esempio, di un clima temperato, accesso a risorse idriche, assenza di fenomeni meteorologici estremi e una posizione lontana da zone costiere soggette all’innalzamento del mare.

Non si tratta soltanto di una definizione scientifica o meteorologica, ma anche di un concetto urbanistico e sociale: i rifugi climatici possono essere città, paesi montani o aree rurali capaci di offrire condizioni di vita più stabili in un futuro sempre più incerto.

Perché si parla tanto di rifugio climatico?

Il dibattito sui rifugi climatici è esploso negli ultimi anni a causa dell’aumento di ondate di calore, incendi, siccità e alluvioni. Secondo il rapporto State of the Climate in Europe 2024, pubblicato da Copernicus e OMM, l‘Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale. In questo scenario, città dell’entroterra, zone montane o regioni con buona resilienza energetica e climatica stanno diventando mete strategiche, sia per chi cerca rifugio temporaneo, sia per chi considera un trasferimento permanente.

Paesi come il Canada, il nord della Spagna, alcune aree della Scandinavia e persino l’Appennino italiano sono oggi oggetto di studio per il loro potenziale come futuri rifugi climatici.

I rifugi climatici funzionano su più livelli:

  • ambientale: presenza di risorse naturali e biodiversità che aiutano a regolare le temperature e a mitigare l’effetto degli eventi estremi;
  • sociale: comunità coese, servizi pubblici funzionanti, infrastrutture resilienti;
  • economico: sistemi di produzione alimentare e idrica locali, autosufficienti o adattabili;
  • tecnologico: presenza di tecnologie per l’adattamento climatico, come l’efficienza energetica, il raffrescamento passivo o i sistemi di allerta precoce.

Inoltre, alcune città stanno adottando strategie di “climate sheltering” nei propri piani urbanistici: spazi verdi, tetti riflettenti, corridoi ecologici e piani di emergenza sociale per proteggere le fasce più vulnerabili durante i picchi climatici.

I rifugi climatici in Italia: tra borghi e aree interne

Anche in Italia il concetto di rifugio climatico sta guadagnando attenzione, soprattutto in relazione alla riscoperta delle aree interne, dei borghi di montagna e dell’Appennino. Secondo uno studio dell’ENEA e del CNR, alcune zone dell’arco alpino, dell’Appennino tosco-emiliano e dell’Italia centrale mostrano caratteristiche climatiche e ambientali ideali per diventare “santuari climatici” nei prossimi decenni: temperature miti, abbondanza d’acqua e bassa densità urbana. Progetti di rigenerazione territoriale, come quelli promossi da Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), stanno già includendo la resilienza climatica nei propri piani di sviluppo locale. Inoltre questo fattore porterebbe anche al ripopolamento delle montagne. 

Nel frattempo, città come Bologna, Torino e Milano stanno creando rifugi climatici urbani veri e propri, come biblioteche, parchi e centri civici attrezzati per ospitare cittadini durante le ondate di calore, con spazi freschi, accesso all’acqua e ventilazione naturale. In alcune scuole e centri anziani sono state già avviate sperimentazioni per garantire sicurezza climatica alle fasce più fragili. L’Italia, con il suo patrimonio diffuso e policentrico, potrebbe giocare un ruolo chiave nella costruzione di un futuro più abitabile. A patto, però, di investire con visione, equità e lungimiranza.

Sarà davvero una soluzione? Il parere degli esperti

Secondo Chiara Tonelli, docente di Architettura sostenibile all’Università di Roma Tre, in conferenza stampa ha detto «Il concetto di rifugio climatico non può diventare un alibi per ignorare la mitigazione del cambiamento climatico. È una strategia di adattamento, utile, ma temporanea. La vera soluzione rimane la riduzione delle emissioni».

Alcuni esperti vedono nei rifugi climatici un’opportunità per rigenerare aree marginalizzate. L’urbanista Elena Granata, del Politecnico di Milano, ha detto ai nostri microfoni «Se pianificati in modo inclusivo, i rifugi climatici possono diventare laboratori di nuova cittadinanza ecologica. Pensiamo alla rinascita dei borghi, alla valorizzazione delle aree interne: un’occasione per ripensare la società».

Il rifugio climatico non è una fuga, ma una forma di resistenza intelligente al cambiamento. Non può sostituire la lotta globale contro il riscaldamento climatico, ma può offrirci tempo e spazi più sicuri dove sperimentare nuovi modelli di vita, lavoro e convivenza con la natura. In un futuro incerto, conoscere e investire nei rifugi climatici potrebbe fare la differenza tra crisi e resilienza. La sfida sarà renderli accessibili a tutti, equi e sostenibili. Solo così potranno diventare una vera risorsa collettiva.

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Edoardo Casolo

Edoardo Casolo

Sono appassionato di geopolitica, cinema e cultura, di viaggi e di industria video-ludica. Vicentino ma vivo a Venezia, città che ho amato dal primo momento in cui l'ho vista. Con il laboratorio di giornalismo realizzerò il mio sogno di diventare pubblicista.

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