“Filosofia fuori le mura” è un progetto di scuola in carcere che oggi, in epoca di pandemia, può portare contributi utili al dibattito sulla didattica.

I dibattiti sul mondo della scuola non vanno in quarantena. Come è noto, molti esperti organizzano incontri pubblici in cui si discute su come la didattica può rinnovarsi. Indubbiamente, il ruolo esercitato dalla didattica a distanza in questo lungo anno è determinante: ci si interroga su cosa significa essere presenti in classe, su quali sono gli effetti psicologici della DAD e quali sono i vantaggi e i limiti di quest’ultima. 

Questa è una grande occasione per capire cosa significa presenza ed esserci veramente. La didattica, certo, non si può fare solo a distanza, ma l’uso della tecnologia assicurata a tutti, senza discriminazioni, è un mezzo di completamento. L’associazione “Filosofia fuori le mura” di Giuseppe Ferraro – con la collaborazione di un team dedicato – è una realtà che tratta questi temi, mettendo in luce anche gli insegnamenti che le pratiche filosofiche in carcere possono dare alla scuola.

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Il carcere è una scuola

In carcere, si dà forma a una scuola dei legami sociali. Come dice il professor Ferraro: “In carcere ci arrivano gli evasi: lo dico per provocazione. La libertà è fatta di legami, nessuno è libero da solo. Anche per un Paese, il grado di libertà si misura dal grado dei legami sociali. In carcere ci finisce chi era già nel carcere delle periferie. Chiunque ci entra, lo vede e lo capisce”.

 “Filosofia fuori le mura” è nata a Napoli nel 2000 con la finalità di portare la filosofia nei luoghi estremi, perché se si indaga su temi estremi, bisogna conoscere quei luoghi di confine – come il carcere – lontani dalla vita della città. Proprio qui si promuovono pratiche educative in cui i partecipanti fanno parte di laboratori in cui si dialoga insieme su temi generali, per mezzo della voce, della scrittura, della lettura e dell’arte. Queste iniziative continuano ancora oggi, nonostante l’ostacolo pandemico: Ferraro incontra le scuole e i detenuti, tenendo la distanza di sicurezza, evitando assembramenti. 

I cambiamenti in carcere per via del Covid e i risultati ottenuti

 Cos’è cambiato? Nulla nella sostanza: i cambiamenti sono solo organizzativi. La disposizione dei posti in aula è sempre la stessa: un grande cerchio, oggi molto più grande, per via del distanziamento sociale, in cui la distanza non ostacola il dialogo, il libero confronto. Cosa può cambiare, invece? Molto. E qualcosa potrebbe anche essere portato fuori dalle mura del carcere, per nutrire il dibattito sulla didattica scolastica. Se in carcere la filosofia non “interroga”, lo stesso potrebbe fare la scuola in quanto percorso di crescita impostato sul dialogo. Sempre contando ciò che l’esperienza dell’insegnamento di “Filosofia fuori le mura” può suggerire alla didattica: in carcere l’apprendimento non è basato sulla votazione concepita come fine. Lo scopo è piuttosto un progetto: un insieme di conoscenze acquisite in modo collaborativo e che prevalgono rispetto a moventi individuali e più competitivi.

Questo spirito lo hanno colto anche i detenuti e ha dato ottimi frutti: c’è chi si è diplomato, laureato, chi ha vinto premi letterari – Giuseppe Grassonelli – o chi ha pubblicato – Carmelo Musumeci – con Giuseppe Ferraro, nonostante la pena da scontare dietro le sbarre. Sarebbe lecito, quindi, chiedersi se in questo senso la cultura possa cambiare anche la vita dei cittadini liberi, come è accaduto a questi detenuti.

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