Dal 2017 ad oggi, una panoramica sulla mappatura degli oceani: uno strumento in grado di prevenire tsunami, uragani e catastrofi naturali.

Si dice che l’uomo conosca più la Luna che gli oceani terrestri. In effetti è un’affermazione che ha del reale: la mappatura dei fondali marini è una sfida che inizia solo nel 2017 e che ha ancora molta strada da percorrere. Delle acque del nostro Pianeta si conosce infatti molto poco, precisamente un quinto del totale. Questo perché la mappatura degli oceani è molto più impegnativa di qualsiasi altra, che si tratti di mappare un satellite o la crosta terrestre.

Il mondo sottomarino è ben più articolato di quanto si immagini: montagne, canyon, pianure e canali – molto simili ai nostri – sono presenti lì in fondo, e sono a noi totalmente sconosciuti. Ma perché è così importante classificarli?

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Dagli esordi al Seabed 2030

Il primo tentativo di mappatura degli oceani risale al XX secolo, e venne organizzato con il solo scopo di individuare – tra gli abissi marini – relitti come il Titanic o aerei perduti. Nel 2014 si mette a fuoco per la prima volta la completa impreparazione in fatto di fondali: la scomparsa tra gli abissi dell’aereo MH370 della Malaysia Airlines ha letteralmente sorpreso la comunità scientifica globale.

Tuttavia, oltre l’interesse sorto tardivamente, giocano a sfavore della ricerca due elementi di carattere fisico: la luce e il suono. Questi elementi infatti, quasi assenti nei fondali, rendono estremamente difficile poter tracciare una mappa. Gli altimetri laser, completamente assorbiti dall’acqua, sono infatti inutilizzabili.

Il primo progetto ufficiale volto a studiare e realizzare una mappatura degli oceani parte nel 2017 col nome di Seabed 2030 presentato durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul’Oceano a New York e realizzato dalla Nippon Foundation-Gebco.

L’importanza della mappatura degli oceani

Lo scopo principale del progetto Seabed 2030 è quello di aumentare la sensibilità pubblica e scientifica sull’argomento. Conoscere gli oceani è di rilevante importanza perché significa prevenire tsunami, uragani e catastrofi naturali, oltre che gestire un più corretto uso dei mari monitorando meglio la pesca e la navigazione, l’estrazione dei minerali, il rispetto della fauna, la posatura di cavi e di condotti sottomarini.

La collaborazione globale

Dal 2017 a oggi pochi passi avanti sono stati registrati in questa sfida – ancora aperta – per la mappatura degli oceani. Oltre alle difficoltà dovute alla tecnologia utilizzata, ancora non del tutto compatibile con l’acqua, si parla anche di differenza di interesse tra i vari continenti. Un continente come quello asiatico sarà sicuramente più interessato rispetto ad altri per via dei vari episodi di innalzamento del livello del mare a cui ha assistito. Proprio da qui nasce la fondazione giapponese Nippon Foundation, una organizzazione no-profit che, in collaborazione globale, vuole ottenere una mappatura degli oceani completa entro il 2030. Il progetto sarà poi reso pubblico e senza vincoli di utilizzo e divulgazione.

Esso è suddiviso in quattro centri principali per la ricerca: l’Alfred Wegener Institute in Germania che monitora l’Oceano Pacifico meridionale; l’Università di Stoccolma e l’Università del New Hampshire che trattano il Pacifico settentrionale e l’Artico; il National Institute of Water and Atmospheric Research della Nuova Zelanda studia il Pacifico occidentale; infine l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano sono coperti dall’Osservatorio della Terra Lamont-Doherty. A ricerche ultimate, sarà poi creato il disegno dal British Oceanographic Data Centre di Southampton (UK) che raccoglierà i dati analizzati dai quattro centri globali.

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