Sempre più Stati favorevoli all’abolizione universale.

Il 16 dicembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione sulla moratoria universale sulla pena di morte, che invita gli Stati ad adoperarsi per l’abolizione della pena capitale nei propri ordinamenti penali.

Cresce il consenso tra gli Stati, infatti 123 su 193 membri dell’ONU hanno votato a favore, 38 si sono schierati contro e 24 si sono astenuti. Otto Paesi erano assenti. Tra i 123 voti a favore, Gibuti, Giordania, Libano e Corea del Sud hanno votato sì per la prima volta. Congo, Guinea, Nauru e Filippine, che nel 2018 si erano espressi contro, quest’anno hanno votato a favore, mentre Yemen e Zimbabwe sono passati dall’opposizione all’astensione.

La moratoria sulla pena di morte è promossa ogni due anni da un gruppo di Paesi. Nel 2007, su spinta dell’Italia, l’Unione Europea portò alle Nazioni Unite per la prima volta l’iniziativa: la risoluzione ottenne appena 104 voti. Dalla prima moratoria, però, i voti a favore continuano a crescere e nel 2018 erano 121. Quella appena adottata è l’ottava ed è stata presentata da Messico e Svizzera a nome di una task force interregionale e sponsorizzata da 77 Stati.

Significativi i progressi nel testo della moratoria

Le risoluzioni dell’Assemblea Generale non sono vincolanti, ma hanno un forte valore morale e politico. Nelle moratorie si esortano gli Stati a rispettare gli standard internazionali che proteggono i diritti dei condannati a morte, si incoraggia a limitare l’uso della pena di morte e a ridurre il numero di reati punibili con la morte.

L’ottava moratoria sulla pena di morte, oltre al buon risultato in termini di voto, contiene significativi progressi nel testo. Tra questi, il riconoscimento del ruolo della società civile nella lotta contro la pena di morte e il riferimento all’applicazione discriminatoria nei confronti delle donne. Per la prima volta si invitano gli Stati a garantire che parenti e rappresentanti legali delle persone condannate ricevano informazioni adeguate.

La continua approvazione delle moratorie ha fatto diventare l’abolizione della pena di morte una priorità in tema di diritti umani.

L’uso della pena di morte è in declino a livello globale

Nel 2019 il numero delle esecuzioni confermate è stato il più basso da dieci anni e solo 20 Paesi in tutto il mondo hanno eseguito condanne a morte. Rispetto al 2018 le esecuzioni sono diminuite del 5% e sempre più Stati aboliscono la pena di morte dal proprio codice penale.

Il 9 dicembre il presidente della Tanzania John Magufuli ha commutato in ergastolo 256 condanne a morte. In Tanzania non si eseguono condanne capitali da quasi 30 anni e adesso le organizzazioni locali e internazionali chiedono l’abolizione della pena di morte.

Negli Usa una quarantina di membri di Camera e Senato hanno scritto una lettera al Presidente Joe Biden e alla sua vice Kamala Harris per chiedere l’abolizione della pena di morte federale. Nel 2020, infatti, il governo federale degli Usa ha eseguito dieci condanne a morte, dopo una pausa di 17 anni.

Gli Stati che continuano a emettere condanne a morte vanno contro le tendenze internazionali e il voto della moratoria ONU sulla pena di morte conferma che l’abolizione universale è vicina.

 

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