Nomina record: a un giorno dalla convocazione, Mario Draghi accetta con riserva l’incarico del Presidente della Repubblica.

Dopo giorni di un mandato esplorativo inconcludente, Sergio Mattarella ha optato per un Governo di alto profilo. A guidarlo dovrebbe essere Mario Draghi, economista di fama mondiale.

“Ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia che mi ha voluto accordare, conferendomi l’incarico per la formazione del nuovo governo. – ha detto in conferenza stampa. È un momento difficile. Il presidente ha ricordato la drammatica crisi sanitaria con i suoi gravi effetti sulla vita delle persone, sull’economia, sulla società. L’emergenza richiede risposte all’altezza della situazione, ed è con questa speranza e con questo impegno che rispondo positivamente all’appello del Presidente della Repubblica”.

Con questo intervento Mario Draghi accetta l’incarico affidatogli “con riserva”, specificando che la scioglierà al termine delle consultazioni, riferito all’ancora sospeso consenso da parte dei vari partiti, necessario per la fiducia in Parlamento.

Una cosa è certa: nel caso in cui salirà a Palazzo Chigi, si troverà al comando di un Paese provato dalla pandemia e politicamente instabile. Un momento storico delicato e in cui non ci si può permettere un flop.

Perché proprio Mario Draghi?

Nato nel 1947 a Roma, si laurea in Economia alla Sapienza nel 1970 e prosegue gli studi con un dottorato al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston sotto la guida di Franco Modigliani e Robert Solow: entrambi Premi Nobel per l’Economia. Dopo aver ottenuto le cattedre di Politica economica e finanziaria all’Università di Trento, Macroeconomia all’Università di Padova, Economia matematica all’Università di Venezia, e di Economia e politica monetaria all’Università di Firenze, l’allora presidente Giulio Andreotti gli affida l’incarico di Direttore Generale del Tesoro. Una posizione ricoperta per dieci anni, dal 1991 al 2001, in cui fu protagonista di manovre economiche decisive, tra cui la “Legge Draghi”: la principale fonte normativa vigente della Repubblica Italiana in termini di intermediazione finanziaria.

Successivamente, il 29 dicembre del 2005, viene nominato Governatore della Banca d’Italia e nel 2011 arriva a ricoprire l’alta carica di Presidente della BCE.

La sua carriera è stata un’escalation di riconoscimenti e incarichi a livello Internazionale, ma per molti è quel “Super Mario” che salvò i Paesi Europei maggiormente colpiti dalla crisi economico-finanziaria del 2008. “Whetever it takes” (costi quel che costi”, ndR), furono le tre parole che entrarono nell’immaginario collettivo e che diedero un risvolto alla Grande recessione. Vennero pronunciate in quello che diventò il suo discorso più importante e che precedette misure immediate per risollevare l’Europa.

Forse è proprio questo che ha portato l’attuale Presidente della Repubblica a chiamarlo in causa e ad affidargli il timone di comando. Draghi è un po’ diventato il “campanello d’emergenza” da suonare quando ci si trova in difficoltà. E, almeno a livello organizzativo, l’Italia sembra esserlo.

Ma cos’ha in serbo Mario Draghi per l’Italia?

La sfida forse più importante, e sicuramente più lungimirante, è relativa alla gestione degli investimenti del Recovery Fund, su cui tra l’altro aveva già espresso opinione.

In un discorso tenuto lo scorso dicembre e relativo alla crisi economico-finanziaria da coronavirus, Draghi disse: “Servono interventi mirati. Se le risorse del Recovery Fund saranno sprecate, il debito alla fine diventerà insostenibile perché i progetti finanziati non produrranno crescita. Se invece i tassi di rendimento dei progetti fossero elevati e tali da giustificare l’investimento pubblico, allora la crescita arriverebbe e diventerebbe il fattore decisivo per la sostenibilità del debito”. E ancora: Questa è un’opportunità unica di investire in molti progetti di valore elevato. Se sono vecchi o nuovi non è importante, ciò che conta è che il loro valore sociale sia dimostrabile”.

E oggi, nel primo discorso di Draghi al Quirinale, richiama in causa il Recovery Plan e l’importanza dell’agire in questa direzione. “La sostenibilità del debito pubblico in un certo Paese sarà giudicata sulla base della crescita e quindi anche di come verranno spese le risorse di Next Generation Eu”. 

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