Il Summit del 7-8 maggio è stato indetto con altri obiettivi, ma le dichiarazioni di Biden lo hanno reso anche luogo di discussione sulla revoca temporanea dei brevetti.

Lo scorso weekend si è tenuto a Porto il Summit voluto dall’attuale Presidente in carica del Consiglio dell’UE Antonio Costa, come punta di diamante del suo mandato all’insegna della costruzione di una nuova Europa sociale.

Come ha affermato il primo ministro portoghese, l’urgenza è nata su due piani.  Su quello astratto, per dare nuovo impeto politico alla realizzazione del Pilastro europeo dei diritti sociali, nel Summit di Göteborg del 2017. Su quello concreto a causa della pandemia globale, che secondo uno studio recentissimo ha determinato un tragico aumento della disuguaglianza tra i vari Paesi e tra le classi sociali di ognuno.

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L’incursione del tema vaccini nell’agenda “informale”

Questa riunione era stata pensata come un incontro informale tra i vertici di tutti i paesi dell’UE. Le dichiarazioni di Biden appena due giorni prima sul revocare la proprietà intellettuale dei brevetti per i vaccini Covid 19 hanno innescato l’esigenza di confrontarsi su questo punto.

La questione, almeno ufficialmente, è stata relegata a una porzione marginale dell’attenzione dei capi di Stato, inserendosi nel mezzo dei temi oggetto del pranzo di lavoro della prima giornata che prevedeva:

  • produzione e distribuzione di vaccini
  • certificato verde digitale
  • solidarietà internazionale

Tuttavia, la risonanza che ha avuto prima e dopo questo importante tavolo di confronto – a partire dal tumulto del panorama internazionale, dei mercati azionari e in tutta l’opinione pubblica – lo ha reso, a torto o a ragione, il tema più caldo del Summit.

L’antefatto e i possibili retroscena dell’annuncio USA

L’annuncio del Presidente americano è arrivato in seguito alla riunione a porte chiuse che la direttrice generale del WTO, Ngozi Okonjo-Iweala aveva condotto poche ore prima con i rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo sulla necessità di ampliare l’accesso ai trattamenti per il coronavirus.

Questo ha assunto un valore simbolico fondamentale data la contingenza della grave emergenza sanitaria in India, Paese che già in tempi non sospetti si era fatto portavoce insieme al Sud Africa della richiesta di liberalizzare i vaccini proprio in sede OMS con la relativa petizione lanciata, avvalorata dal bilancio complessivo insufficiente della distribuzione fatta con il programma COVAX dell’UE (50 milioni consegnati VS 1 miliardo promessi).

In funzione di questo, le parole di Biden sono apparse una mossa diplomatica per caricare di ulteriori aspettative e implicitamente direzionare l’incontro in programma tra UE e l’India nella seconda giornata del summit di Porto, così da perseguire la sua strategia di allontanare l’India dalla sfera di influenza della Cina.

La posizione dei capi di Stato e delle case farmaceutiche

La liberalizzazione dei brevetti ha trovato l’appoggio del Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e del Nobel Joseph Stiglitz e sul fronte europeo del Presidente francese Macron che ha esortato a rendere il vaccino “un bene pubblico mondiale”, ribandendo però la priorità di produrre più dosi e in partenariato con i Paesi più poveri.

Sul fronte opposto invece si è schierata la Germania, dove la Cancelliera Merkel si è dichiarata aperta al dibattito ma precisando che solo i brevetti assicurano l’innovazione e che il limite nella disponibilità di dosi non deriva dalla proprietà intellettuale, quanto dalle capacità produttive – sulla base delle competenze tecnologiche – di ogni singolo Paese e i relativi standard qualitativi richiesti.

Questa opposizione trova ovviamente il favore delle associazioni farmaceutiche – che hanno visto crollare in borsa i propri titoli all’indomani del comunicato di Biden – come IFPMA che l’ha giudicata una risposta semplicistica e miope, che mette in pericolo i progressi fatti.

La posizione di chiosa è quella dell’italiana Farmindustria, precisando che i brevetti sono parte della soluzione perché hanno incentivato gli accordi tra aziende, le partnership e oltre 200 trasferimenti tecnologici; la vera svolta risiederebbe nello snellire la burocrazia connessa, eliminare le barriere commerciali e i “tappi” nell’approvvigionamento.

La posizione dell’Italia in linea con l’esito del Summit

Il Presidente Draghi ha mantenuto la posizione più conciliante in questa dialettica, che riassume poi anche l’orientamento emerso dal Summit.

La richiesta dei Paesi poveri è più che un’urgenza impellente – hanno ricevuto solo il 4,4 % dei vaccini distribuiti in tutto il mondo – le case farmaceutiche hanno ricevuto sovvenzioni governative imponenti e un’applicazione circoscritta e temporanea non comprometterebbe la produzione o la ricerca di altri vaccini.

D’altro canto, liberalizzare non garantisce la produzione laddove non ci sono tecnologie, organizzazione e controlli di sicurezza adeguati. Dunque la soluzione più immediata sarebbe rimuovere il blocco alle esportazioni – che interessa in prima persona USA e UK – a fronte del 50% di tutte le dosi europee prodotte ed esportate fuori dai propri confini e in secondo luogo accelerare la produzione attraverso il trasferimento tecnologico.

Infine, ricorrere alla “terza via” annunciata dal Presidente del Consiglio UE Charles Michel: accordi di licenza da stipulare tra aziende farmaceutiche e nazioni povere per produrre versioni generiche dei loro vaccini, quindi a un costo inferiore.

Il miglior esempio di applicazione riportato potrebbe essere il Serum Institute of India, predisposto per produrre potenzialmente fino a un miliardo di dosi.

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